Strategie per una rivoluzione: la visione del FAI

Strategie per una rivoluzione: la visione del FAI

di Agnese Lodi
Marco Magnifico

Marco Magnifico

Il FAI – Fondo Ambiente Italiano è una Fondazione caratterizzata da “un insieme di Beni di alto valore storico, culturale, paesaggistico e naturalistico, gestiti al fine di conservare, sostenere e valorizzare per gli Italiani l’Ambiente del nostro Paese”.
Abbiamo avuto l’occasione di intervistare Marco Magnifico, vicepresidente esecutivo del FAI, che ci ha risposto con puntualità ed entusiasmo.

Dalla sua intervista sul sito web del Fai leggo di come nacque l’idea di creare la Giornata di Primavera nel 1992. Pensa di creare un altro evento, a scadenza annuale, che possa accomunare tutte le delegazioni ed avvicinare i cittadini alla cultura? Magari anche un evento in relazione ad ognuna delle quattro stagioni, il quale porti così a valorizzare i luoghi in funzione dei tempi climatici?
Al momento oltre la Giornata di Primavera non abbiamo intenzione di creare altri eventi ‘stagionali’. I Luoghi del Cuore è un “censimento nazionale promosso dal FAI in collaborazione con Intesa Sanpaolo, che chiede ai cittadini di indicare i luoghi che sentono particolarmente cari e importanti e che vorrebbero fossero ricordati e conservati intatti per le generazioni future”.
In ottobre si svolge la FAIMARATHON in collaborazione con il Gioco del Lotto: si tratta dell’unica maratona che si corre con gli occhi, perché pensata per farci sorprendere dalla bellezza della nostra Italia. Sarà l’occasione di riscoprire insieme novanta città disseminate in tutta Italia attraverso inediti itinerari proposti dalle Delegazioni FAI. Si potranno così ammirare palazzi, cortili, ponti e giardini, splendidi scorci e angoli nascosti dei luoghi della vita quotidiana che spesso non conosciamo o diamo per scontati. La FAIMARATHON è nata, infatti, per promuovere le bellezze che non siamo più abituati ad osservare, quelle dei luoghi in cui viviamo. Operativamente a ogni partecipante sarà data una cartolina che sarà vidimata con un timbro in ogni tappa del percorso che, per altro, è stato pensato soprattutto per le famiglie essendo in gran parte all’aperto.

Il FAI nasce come una fondazione senza scopo di lucro, ma a volte dall’esterno è percepita come un ambiente elitario, per una classe sociale elevata. Oltre all’iniziativa di Striscia la Notizia, quali altre strategie pensa di adottare per arrivare con il vostro messaggio ad un pubblico più vasto?
Il FAI non intende assolutamente essere una fondazione elitaria e chiusa in se stessa, anche se siamo tutti esponenti di una borghesia milanese d’ispirazione illuminista. Partendo dalla signora Giulia Maria Mozzoni Crespi a tutti i consiglieri, infatti, siamo figli di quella cultura che viene da San Carlo Borromeo e passa per l’Illuminismo lombardo. Il FAI non poteva che nascere a Milano.
In realtà il FAI si è costituito ispirandosi al «National Trust for Places of Historic Interest or Natural Beauty» di Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord: a questo proposito, proprio nei giorni scorsi l’ex Direttore generale del National Trust, Fiona Reynolds, ha condiviso esperienze e suggerimenti con il FAI.
Il confronto con Fiona Reynolds ci ha aiutato a comprendere che dobbiamo attuare una rivoluzione che porti più gente a visitare i luoghi da noi salvati, piuttosto che a trascorrere il tempo libero nei centri commerciali. Sarà un’impresa ardua ma sicuramente darà molta soddisfazione, perché i beni da noi salvati non sono solo ville e opere d’arte ma anche luoghi del paesaggio. Lo scorso 13 settembre 2013 è stato inaugurato il «Sentiero Tirinzoni» a Talamona, sulle Alpi di Sondrio, un posto meraviglioso, dove quest’anno in alpeggio abbiamo potuto portare solo delle manzette e non delle vacche: prima del nostro intervento, infatti, il sentiero era pericoloso. Abbiamo potuto riconsegnare un luogo come questo alla fruibilità sia degli animali sia degli uomini e ciò grazie alla collaborazione degli abitanti della zona: l’esperienza di chi vive in questi luoghi è fondamentale, soprattutto nell’approccio del restauro così da non snaturalizzare l’opera o il sito o l’ambiente che sia.
Se la nostra consuetudine era il restauro delle opere d’arte (quadri) in laboratorio, parlando con Fiona Reynolds è emersa l’importanza di restaurare l’opera in loco, affinché essa possa essere vista anche in tali condizioni e così i visitatori possano capire e vedere con i propri occhi le fasi di restauro. La speranza, così facendo, è che il pubblico sia incuriosito a tal punto da voler tornare una volta che l’opera restaurata sia ricollocata al suo posto.
Dobbiamo aprirci ancora di più alla gente, a tutte le categorie di persone, alle famiglie intere, bambini compresi e per fare questo dobbiamo de localizzare, dare più spazio alle Delegazioni che ad oggi sono centosedici in venti Regioni italiane con oltre settemila volontari in tutta Italia: questa sarà la nostra risorsa, mantenendo saldi i principi del FAI all’interno di un quadro d’azione; chi non rispetta tali principi sarà fuori.
I volontari sono una risorsa ben ancorata sul territorio, sentono il bene salvato con la loro anima: tale empatia con l’opera la valorizza di per sé; ogni bene, infatti, è nostro e dobbiamo rispettarlo e farlo vivere.

Spesso le associazioni di volontariato nascono per un deficit da parte delle Istituzioni. Non pensa che questa “assistenza” possa incrementare la mancanza d’investimenti strutturali nel nostro patrimonio? E che la presenza di volontari, sicuramente molto motivati, possa limitare l’assorbimento, nel sistema, di personale qualificato?
Non sono d’accordo: la tutela spetta allo Stato e noi come FAI nasciamo per collaborare e per rendere fruibile un patrimonio immenso che da solo lo Stato non è in grado di gestire.
Non vogliamo “accaparrarci” quei beni che sono un simbolo dell’Italia come il Colosseo o la Mole Antonelliana, ma vogliamo far vivere tutto ciò che rappresenta la bellezza dell’Italia e che altrimenti sarebbe destinato al degrado e all’incuria. Nelle proprietà che abbiamo aperto, vi è un ottimo incremento di visitatori, fatto che ci fa ben sperare, anche se noi non abbassiamo la guardia: l’obiettivo è aumentare ulteriormente il flusso del pubblico. Spesso lo Stato non ha i mezzi per tenere aperti tutti i suoi beni, per questo per noi è importante, oltre la valorizzazione, la possibilità della fruizione. Non è così semplice donare una proprietà allo Stato, invece facendo una donazione al FAI noi ci impegniamo a restaurare e valorizzare il sito rifacendolo vivere proprio come lo desidera il proprietario, il quale talora non è più in grado di tenerlo nel decoro necessario, dato i costi esorbitanti, ma vuole ugualmente che quello che era sua proprietà rimanga per la collettività.
Essendo una fondazione senza fini di lucro il guadagno viene rinvestito negli stessi beni, per questo non abbiamo la possibilità di assumere personale, lo Stato ci sostiene economicamente pochissimo.
In più facciamo un’attività sociale: molti dei nostri volontari sono pensionati; sono molto contenti di potersi occupare di questi beni, che spesso per loro sono luoghi di ricordi fin dall’infanzia, e in più si sentono valorizzati per il ruolo sociale che ricoprono.

Il futuro della nostra bella Italia è nei bambini che frequentano le scuole: in merito ho letto che il FAI attua una campagna di sensibilizzazione. Non ha mai pensato di fare delle cordate e un’unica campagna con altri Enti, ad esempio per promuovere la raccolta differenziata oppure l’AVIS? L’associazione sangue/vita e patrimonio/cultura così non potrebbero diffondersi più semplicemente ed efficacemente?
Le attività per i bambini delle varie fasce di età sono presenti nei luoghi del FAI, soprattutto per le scolaresche. I bambini tornano a casa entusiasti dell’esperienza vissuta e molti di essi cercano di coinvolgere nella seconda visita la famiglia. Ed è qui che dobbiamo intervenire sugli spazi e sui modi giacché i bambini che tornano una seconda volta, per esempio con le loro famiglie, spesso rimangono delusi: non trovano più, infatti, quel momento vissuto, quell’atmosfera, perché le attività di intrattenimento di cui disponiamo per loro sono mirate e non diffuse nel tempo.
Il nostro obiettivo ora è di creare spazi e momenti adatti per ogni fascia di età, in modo che la visita diventi una scelta consapevole e piacevole per grandi e bambini.
Sono scettico rispetto all’idea di creare delle cordate con altri enti no-profit perché credo che la mission del FAI sia ben espressa e solo con l’esempio possiamo cambiare le cose. L’esempio deve cominciare da noi: dobbiamo quindi impegnarci di più nel fare dei restauri ecosostenibili, partendo anche da accorgimenti che si dovrebbero adottare nella vita quotidiana, famigliare come l’uso di miscelatori nei rubinetti per sprecare meno acqua.

Dal 1975, data di fondazione del FAI, i cinque principi che lo caratterizzano sono: conoscenza, concretezza, coerenza, indipendenza e qualità. Sono ancora attuali?
CONOSCENZA: «È il “Rapporto tra soggetto e oggetto, tra pensiero ed essere”. Se l’oggetto delle attenzioni del FAI è l’Ambiente, e dunque il Paesaggio con tutte le sue implicazioni materiali, culturali e sociali, ogni azione del FAI deve essere volta a mettere o a rimettere in comunicazione l’Uomo (il soggetto) con le caratteristiche più alte e più nobili del Paesaggio e della Cultura italiani (l’oggetto)». La conoscenza è alla base di tutto ed è fondamentale per poter mettere in atto qualsiasi processo.
CONCRETEZZA: «Il FAI non si limita ad auspicare, a teorizzare, a ideare ma, con determinazione, porta nel concreto le proprie idee, realizzando progetti utili a raggiungere gli scopi per i quali è nato. La concretezza del FAI si attualizza in efficacia, cioè raggiungimento degli obiettivi, ed efficienza, cioè uso sapiente e appropriato degli strumenti. Una concretezza propositiva (lavorare il più possibile CON e non CONTRO) e contagiosa, destinata a creare una schiera di cittadini uniti nell’impegno di realizzare un Paese migliore». È un nostro scopo.
COERENZA: «Saper dimostrare con evidenza di FARE CIÒ CHE PENSA è l’obiettivo del FAI. La coerenza è etica poiché etico “è il rapporto tra la scelta della condotta che si vuole perseguire e la ricerca dei mezzi atti a concretizzarla». Nei principi è salda ma alcune volte nei modi bisogna arrivare a dei compromessi.
INDIPENDENZA: «Nel compimento della sua missione il FAI opera con libertà di pensiero e di azione e con totale indipendenza da qualsiasi movimento o parte politica, religiosa, ideologica ed economica. Il FAI non ha alcuna connotazione politica ed è sempre pronto a collaborare con chiunque condivida le sue idee e il suo atteggiamento etico e culturale, per il conseguimento del Bene comune». Dato che lo Stato ci dona pochissimo, noi siamo abbastanza indipendenti. Quando ci troviamo a trattare con donazioni importanti cerchiamo dei buoni compromessi non perdendo mai di vista il nostro obiettivo. Ad esempio, se un finanziatore ci permette, tramite la sua donazione ingente, di salvare completamente un bene ma s’impunta sul colore della moquette da mettere in alcuni ambienti, se, allo stato finale del restauro, tale dettaglio non contravviene alla qualità dell’intervento nel suo complesso, il compromesso si potrà trovare facilmente.
QUALITÁ: «Per il FAI qualità significa tendere a un obiettivo che si situa in una dimensione ideale; significa cercare di avvicinarsi al miglior risultato possibile e raggiungibile con le forze a disposizione. Per il FAI “qualità” significa tendere sempre all’eccellenza, dalle cose più piccole a quelle più grandi. Gli esempi di eccellenza ai quali possiamo rapportarci e con i quali dobbiamo confrontarci nella nostra continua ricerca sono la Natura e l’Arte». La qualità deve essere altissima e su questo sono intransigente, quando vado a visitare un bene controllo tutto anche la polvere sui mobili.

Perché avendo noi un patrimonio immenso, questo non riesce a diventare un volano per l’economia, proponendo un turismo sano e rispettoso del patrimonio?
Questa domanda bisognerebbe rivolgerla a chi ci governa o ci ha governato, ma penso che ora i tempi siano maturi e credo molto nelle nuove generazioni.

Esiste un catalogo digitale e/o cartaceo con tutti i beni del Fai salvati, dove si possa vedere il prima e il dopo, i dibattiti critici, nonché lo studio storico-artistico?
No, non esiste e penso che la sua sia un’ottima idea. Da un punto di vista scientifico quando un bene è tutelato e viene restaurato in accordo con la Soprintendenza viene presentata una relazione.
Inoltre, per alcune opere restaurate si è provveduto a pubblicazioni specifiche, ma non esiste un repertorio consultabile.
Anche il nostro sito internet dovrebbe essere rivisto; abbiamo voluto mettere tutto ma questo ha creato un minestrone difficile e di non immediata comprensione; le cose da fare sono tante e non sempre si riesce ad occuparsi di tutto.

Ha mai pensato di produrre delle “pillole” pubblicitarie sui beni da voi salvati o da salvare per un canale nazionale, nell’intento di sensibilizzare la collettività?
No, ma ci penseremo, magari in un canale privato; in verità, non riusciamo a fare un programma continuativo perché per ora non abbiamo così tanti beni.

La mission del FAI e di tutte le persone che lo sostengono è di tutelare quotidianamente e valorizzare il patrimonio d’arte e natura italiano, educare e sensibilizzare la collettività, vigilare e intervenire sul territorio. Pensa che offrire la tessera FAI ad ogni nascituro potrebbe sensibilizzare la famiglia e renderebbe il figlio più consapevole?
Preferiamo puntare sui genitori, su una loro scelta consapevole.

Non ho trovato nel sito internet né in altri siti la spiegazione del simbolo del FAI e la scelta del colore arancio. Potrebbe spiegarmela?
Non ha una spiegazione. I fondatori hanno chiesto a un amico architetto di realizzare un logo e questi lo ha immaginato ispirandosi ad una torre normanna. Forse è più azzeccata la scelta del colore, sempre e comunque voluto dalla Signora Giulia Maria Mozzoni Crespi semplicemente perché le piaceva. Ma, vede, anche la rivoluzione a Milano ha scelto come colore l’arancione. Però penso che sarebbe stato meglio un simbolo più rappresentativo che magari riguardasse tutta l’Italia.

Agnese Lodi

Agnese Lodi

Diploma magistrale. Laurea, vecchio ordinamento, in Conservazione dei Beni culturali presso l'Università di Parma. Esperienze: archeologia sul campo e gestione logistico-operativa di una missione archeologica. Corso al Centro Europeo Formazione Artigianato Ligneo, Agenform Savigliano (CN). Corso per progettare un evento temporaneo, presso l'Università di Modena.

Agnese Lodi ha scritto articoli per ArtShape.