Quando il museo va in scena. Nuove forme di comunicazione museale tra narrazione e teatro

Quando il museo va in scena. Nuove forme di comunicazione museale tra narrazione e teatro

di Daniela Camarda

L’atteggiamento della gente che s’aggira per le pinacoteche rivela una malcelata delusione di trovarvi solo quadri”.

La celebre frase del critico tedesco Walter Benjamin rivela in modo chiaro e detto, nonostante la notevole distanza storica, i punti critici di un’esposizione museale, cioè l’assenza di coinvolgimento del visitatore e il conseguente stato di apatia e noia.
Da qualche anno numerosi musei italiani ricercano nuove modalità di approccio con i suoi pubblici, incrementando le attività didattiche per le scuole di ogni ordine e grado, aumentando il numero delle visite guidate gratuite e innovando le desuete audioguide, grazie alle nuove applicazioni tecnologiche.
Tale svolta ha origine proprio dallo scarto tra il desiderio di visitare un museo e il relativo vuoto che esso trasmette al visitatore che non ha un’adeguata preparazione culturale in quel settore specifico della collezione esposta.
Lucia Cataldo, docente di Storia dell’arte e di Museologia presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata, affronta il tema della nuove forme di comunicazione museale nel suo saggio Dal Museum Theatre al Digital Storytelling, analizzando in maniera dettagliata la storia del “teatro nel museo” e le sue attuali applicazioni in Italia e in Europa.
Le analisi sociologiche e pedagogiche degli ultimi decenni mettono in evidenzia la necessità di una formazione continua (lifelong learning) che possa essere più un incontro di esperienze che un discorso formale focalizzato esclusivamente sulla trasmissione di contenuti. Il teatro nel museo si colloca proprio all’interno di un approccio educativo mirato alla partecipazione attiva e allo stimolo di riflessioni personali sul significato degli oggetti e delle opere che il museo espone.
Fin dalle sue origini ottocentesche, l’intento del Museum Theatre è di sviluppare una narrazione educativa che da un lato trasmetta una conoscenza attraverso il coinvolgimento emotivo e dall’altro instauri una rete di relazioni tra la collezione e il visitatore, tra quest’ultimo e l’istituzione museale stessa, affinché il museo non sia semplicemente un luogo statico ed elitario, ma una realtà dinamica, interattiva e stimolante.
Dopo aver elencato alcune modalità di rappresentazione adottate in Europa e in Nord America, l’autrice riporta alcuni esempi italiani di teatro nel museo, citando le attività del Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano, la Città della Scienza di Napoli – entrambi musei scientifici – e il Museo d’arte dei Ragazzi di Firenze.
Le visite-spettacolo sono pensate per essere realizzate negli spazi del museo da attori professionisti e non che illustrano secondo un copione specifico gli oggetti esposti, invitando gli spettatori a porre domande o a interagire direttamente tramite laboratori preposti. La visita-spettacolo è spesso eseguita con personaggi in costume che recitano per tutta la durata del percorso e talvolta si avvale di supporti multimediali che ne amplificano la portata emozionale, grazie a sollecitazione sinestetiche.
In modo chiaro e puntale il testo illustra le diverse modalità teatrali adottate nei musei, come la rievocazione storica, la perfomance di attori che interpretano i personaggi di un quadro (Leben Bilder ovvero “immagine vivente”), le visite guidate teatralizzate alla realizzazione di pièces specifiche – spesso a tema scientifico come gli spettacoli messi in scena della compagnia teatrale “Le Nuvole” di Napoli – rappresentate nel museo stesso, i percorsi animati con dialogo diretto tra attori e pubblico, la narrazione tramite lo Storytelling, cioè una metodologia educativa basata sull’utilizzo della tecnica narrativa.
Come afferma Lucia De Cataldo:

Nei musei lo Storytelling consiste nel “raccontare storie”, prendendo come spunto gli oggetti di una collezione museale. Le storie possono essere vere o interpretazioni artistiche, o ancora inventate o proposte dai visitatori stessi; possono essere raccontate con animazioni teatrali, ambientazioni, strumenti multimediali, comunicazioni scritte. Ciò che accomuna i diversi aspetti dello Storytelling è il tentativo di coinvolgere emotivamente lo spettatore perché il lato emotivo dell’uomo preferisce il racconto alla descrizione, più fredda e razionale”.

Le narrazioni multimediali – chiamate Digital Storytelling – costruiscono un’evoluzione delle tradizionali pratiche narrative, poiché si avvalgono dell’uso delle tecnologie come videoproiezioni, olografie, video-installazioni integrate al percorso espositivo o artistiche dalla forte suggestione visiva e sonora, come i progetti realizzati dal gruppo Studio Azzurro tra cui il Museo Laboratorio della Mente a Roma, inaugurato nel 2008.
Queste nuove forme di comunicazione museale riescono a coniugare la trasmissione di saperi al coinvolgimento personale ed emotivo del visitatore, animando la sua visita e stimolando riflessioni e curiosità. Il significato stesso del patrimonio culturale si trasforma da bene culturale statico in bene comune da scoprire, interiorizzare e tramandare.
L’esperienza educativa delle narrazioni e del teatro nel museo diventa strumento indispensabile per accompagnare e arricchire i percorsi dei visitatori, per ristabilire comunicazione diretta e coinvolgente con l’opera, mettendo in pratica l’assunto di Aristotele, per il quale

la meraviglia è il seme da cui nasce la conoscenza”.

Lucia Cataldo, Dal Museum Theatre al Digital Storytelling. Nuove forme della comunicazione museale fra teatro, multimedialità e narrazione, FrancoAngeli, Milano, 2011, pp. 192, € 23.

Daniela Camarda

Daniela Camarda

Specializzanda in Beni storico-artistici presso l'Università di Bologna. Laureata in Filologia moderna e Arti visive. Appassionata di arte contemporanea, museologia e giornalismo.

Daniela Camarda ha scritto articoli per ArtShape.