Qualche domanda a Claudio Spadoni

Qualche domanda a Claudio Spadoni

di Gioia Boattini

Claudio Spadoni

Claudio Spadoni, allievo di Francesco Arcangeli all’Università di Bologna, dal 2002 al 2011 è stato direttore del MAR – Museo d’Arte della Città di Ravenna, istituzione presso la quale attualmente ricopre il ruolo di direttore scientifico, responsabile delle esposizioni temporanee. Collaboratore di riviste specialistiche e curatore di diverse mostre in Italia e all’estero, fra cui si ricordano Roberto Longhi e il moderno. Da Renoir a de Staël, Turner Monet Pollock. Dal Romanticismo all’Informale. Omaggio a Francesco ArcangeliLa cura del bello. Musei, storie, paesaggi per Corrado Ricci, nel 2012 è stato nominato, assieme a Giorgio Verzotti, direttore artistico di ArteFiera di Bologna.

 Il nostro progetto editoriale è volto a indagare i temi della comunicazione museale: quale è, in breve, la Sua idea di comunicazione?
La mia idea di comunicazione in generale e specificamente per un museo potrebbe essere sintetizzata in poche parole: il più possibile   veritiera, ossia corrispondente ai contenuti da comunicare; il più possibile di immediata interpretazione per un pubblico eterogeneo; il più possibile diramata e ripetuta.

 Il MAR è caratterizzato da un’attività espositiva ricca e di qualità: quale tipo di strategia comunicativa si trova alla base delle mostre organizzate dal Museo e a quale tipo di pubblico esse intendono rivolgersi?
Il MAR ha inteso puntare, fin dalla sua nascita, sulla serietà progettuale, e di una progettualità a lungo termine, tale cioè da poter comunicare una linea di programmi espositivi che offrissero del museo una precisa identità, ovvero un’immagine riconoscibile fortemente caratterizzata e tale da richiamare il pubblico più vasto, dagli addetti ai lavori, alle scuole di ogni ordine e grado, agli adulti di ogni livello culturale.

 Alcune delle mostre da Lei curate – penso, ad esempio, a quelle dedicate alle figure di Corrado Ricci, Francesco Arcangeli e Giovanni Testori – potrebbero esser giudicate “difficili” e dal non forte impatto mediatico, in quanto basate su scelte curatoriali poco “commerciali”. Come è possibile conciliare qualità e quantità? Nel promuovere una mostra basata su “scelte difficili” che ruolo pensa possa avere la comunicazione?
Le mostre dedicate agli storici dell’arte, nell’ordine Roberto Longhi, Francesco Arcangeli, Corrado Ricci, Giovanni Testori, miranti a chiarire quali diverse linee critiche e metodologiche abbiano segnato la storia dell’arte, non solo italiana, del ventesimo secolo, possono sembrare materia in primo luogo per addetti ai lavori. E credo che anche per questo rappresentino un rigore progettuale che ritengo imprescindibile. Ma non per questo sono risultate poco attraenti e di difficile lettura per il grande pubblico. Anzi, lo sforzo maggiore nella loro realizzazione è consistito proprio nel renderle per così dire appetibili anche per un pubblico generico. Il fenomeno del ‘mostrismo’ che è dilagato in Italia, è stato più volte criticato proprio per l’approssimazione, la superficialità, l’inutilità di troppe mostre concepite solo per attirare un pubblico sprovveduto, attirato unicamente da qualche grande nome sbandierato, spesso, con molta disinvoltura. La scommessa del MAR è stata invece quella di dimostrare come si possano progettare mostre serie, possibilmente inedite – come nel nostro caso – riuscendo ad interessare il pubblico più eterogeneo. Se le mostre sono accompagnate da adeguati sussidi didattici ed esplicativi, non si può distinguere fra mostre per tutti o solo per pochi, ma fra mostre serie, ben fatte, e mostre finalizzate sostanzialmente ad ‘acchiappar gonzi’ e stupire con grandi numeri. E in questo genere di esposizioni l’Italia non ha rivali, purtroppo.

Come giudica il rapporto che il MAR ha instaurato con il proprio territorio? Quali sono i punti di forza e quali quelli di debolezza?
E’ vero che si possono incontrare talora delle difficoltà soprattutto nel proprio territorio, perché vale il detto che l’erba del vicino – o quella che cresce nei grandi centri, inevitabilmente più considerati – è sempre più verde. Capita di andare in una grande città unendo il piacere di una giornata diversa alla visita ad una mostra molto pubblicizzata, e magari si perde l’occasione di visitare una mostra a pochi passi da casa. Tuttavia credo di poter affermare che il territorio ravennate ha recepito e apprezzato gli sforzi compiuti dal MAR in questi anni per offrire mostre di pregio. A maggior ragione, anche se questo sfugge ai più, con budget mediamente inferiore di almeno un terzo, ma spesso anche di un quarto o un quinto, rispetto a quelli dichiarati da altre istituzioni per mostre di analoghe dimensioni.

 Il MAR e il Centro Internazionale di Documentazione sul Mosaico (CIDM) quest’anno organizzano la seconda edizione del Premio Internazionale GAEM -Giovani Artisti e Mosaico. Il concorso è un modo per riattualizzare un’arte antica che da sempre è legata alla storia di Ravenna, riavvicinandola e facendola dialogare con il pubblico contemporaneo?
L’iniziativa del Premio Internazionale GAEM è chiaramente rivolta a dare visibilità ad un’espressione artistica che ha fatto di Ravenna la capitale indiscussa del mosaico, anche se questo medium non ha quasi mai goduto di adeguata considerazione nell’arte contemporanea. Ma il GAEM mira anche a valorizzare dei giovani creativi che nonostante tutto hanno scelto il mosaico come mezzo d’elezione. Anche questa, in qualche misura, è una scommessa sulle ultime generazioni artistiche che va di pari passo con la serie di mostre – prima sotto il titolo No Border, poi Critica in Arte – che portano alla ribalta giovani critici e giovani artisti. Una proiezione sull’attualità delle mostre dedicate agli storici dell’arte.

 Attualmente al MAR è in corso Borderline. Artisti tra normalità e follia da Bosch a Dalì, dall’Art Brut a Basquiat, mostra da Lei curata assieme a Giorgio Bedoni e Gabriele Mazzotta; in concomitanza, il Museo organizza un ciclo di conferenze volte ad approfondire tematiche legate alla rassegna. Ritiene che questi incontri possano rientrare tra le strategie di comunicazione adottate dal MAR nell’intento di “spiegare” l’esposizione, muovendo l’attenzione del pubblico verso l’evento proposto?
Incontri con diversi studiosi programmati per la mostra in corso Borderline. Artisti tra normalità e follia, rappresentano la continuità con iniziative analoghe promosse per le esposizioni precedenti, nell’intento di approfondire temi relativi alle diverse mostre, offrendo al pubblico ulteriori motivi di interesse e al tempo stesso una migliore lettura della mostra in corso.

In un commento lasciato sul web da un visitatore al termine di una visita, il MAR viene definito “un museo a misura d’uomo”. Secondo Lei, cosa significa essere un “museo a misura d’uomo” e come sarebbe possibile sfruttare al meglio questa particolare condizione?
Che si definisca il MAR un museo ‘a misura d’uomo’ giunge come un apprezzamento molto gratificante. Significa che la sede storica – la Loggetta Lombardesca – bellissima, mette il visitatore nelle condizioni migliori per apprezzare quanto essa offre, con le sue collezioni come con le mostre che vi sono realizzate. Come valorizzare meglio questa condizione? Rendere il MAR ancora più accogliente, migliorando ulteriormente i suoi servizi, che già godono, peraltro, di continui riconoscimenti. Del tutto inatteso quello giunto dal Giornale dell’Arte, dove una studiosa serissima e ben nota come la milanese Elena Pontiggia ha definito il MAR il migliore museo italiano del 2012. Riconoscimento che si aggiunge al posto assegnato da una commissione dello stesso Giornale dell’Arte alcuni anni fa, in una graduatoria dei Musei italiani. Quinto, davanti a musei di gran lunga più famosi e dotati di collezioni incomparabilmente più prestigiose. Ma la valutazione teneva conto in particolare dell’efficienza, della serietà progettuale, della professionalità di chi vi lavora e dell’immagine complessiva del museo. Nel nostro caso, credo abbia pesato molto il fatto che quasi tutto viene ideato e realizzato all’interno dell’istituzione, col proprio personale, per quanto ridotto: dalla progettazione a tutte le fasi operative delle esposizioni, all’ufficio stampa, alla didattica. E ancora, tutt’altro che secondaria, la realizzazione degli allestimenti praticamente a costo zero, senza ricorre a studi di architettura o specialisti del settore. Un risparmio considerevole, oltre che una precisa visione critica del tema della mostra del tutto corrispondente al pensiero del curatore.

Il MAR ha ottenuto dall’IBC – Istituto per i Beni Artistici, Culturali e Naturali – il riconoscimento Museo di Qualità: cosa ne pensa circa i criteri di attribuzione? È sufficiente avere ottenuto il marchio MdQ o si deve andare oltre?
Anche il riconoscimento da parte dell’IBC di ‘Museo di Qualità’ se costituisce un motivo di legittima soddisfazione per l’autorevolezza dell’Istituto per i Beni Artistici, Culturali e Naturali della regione, è per noi un incentivo per continuare a legittimare il giudizio che ci è stato dato, e un impegno a migliorare ulteriormente.

Anche in Italia sta prendendo piede la pratica, di provenienza anglosassone, dello Storytelling, tecnica che consiste nel “raccontare storie” prendendo come spunto gli oggetti di una collezione museale. Pensa che pratiche come questa siano uno strumento efficace nel tentativo di coinvolgere emotivamente il pubblico, rendendo gli oggetti parlanti, o che, al contrario, i visitatori possano in tal modo venire distratti dal vero messaggio delle opere? Al MAR avete realizzato attività che si muovono in questa direzione?
Lo Storytelling non mi sembra poi una grande invenzione. Ogni mostra si traduce anche in ‘storie raccontate’ se ogni opera, ogni sala viene adeguatamente illustrata e narrata. Le nostre guide che accompagnano i gruppi vengono orientate preventivamente proprio in questo senso, senza trascurare l’attenzione ai valori formali specifici delle opere, e al relativo contesto storico culturale. Su ogni opera esposta si possono ‘raccontare storie’ di grande interesse, come ripeto sempre, appunto, alle nostre guide e come cerco di fare io stesso quando accompagno dei visitatori.

Oggi, in un mondo dominato dall’economia e dalle leggi del mercato, assistiamo alla proliferazione di master e corsi in gestione, organizzazione, marketing dei beni culturali: ha ancora senso una figura come quella dello storico dell’arte e quale spazio essa dovrebbe avere?
Su questo mi sento chiamato in causa in prima persona, tenendo da anni delle lezioni ad un master sull’organizzazione, la gestione e la comunicazione di eventi culturali. Certo la questione del marketing ha assunto una rilevanza sempre maggiore, e sarebbe assurdo non darle il rilievo dovuto. Ma da storico dell’arte non posso che dissentire quando si affida la gestione di un’istituzione culturale a cosiddetti manager senza alcuna competenza specifica in materia museale e storico-artistica. Il ben noto caso di Resta è tristemente esemplare. E il ricorso, volta a volta, a specialisti che compensino l’incompetenza del manager, comporta una preoccupante impossibilità di programmare se non singoli eventi, dal carattere che non saprei definire se non estemporaneo. Nei Paesi dove meglio funzionano le istituzioni culturali, se ne guardano bene. Come pensare gli Uffizi, Brera, le Gallerie dell’Accademia di Venezia, Capodimonte, la GNAM di Roma, il MART di Rovereto, qualsiasi museo, per non dire delle Soprintendenze, senza storici dell’arte, affidati a manager che considerano i beni culturali- la nostra maggiore ricchezza, l’indiscusso prestigio, l’identità più forte del Paese- nella sola prospettiva della gestione economica? Si dirà che si potrebbero affiancare lo storico dell’arte e il manager. Ma dove si è tentato di farlo i risultati sono stati catastrofici per la difficilissima convivenza di competenze, saperi, prospettive, interessi, tanto diversi. Ciò detto, temo che se non ci saranno imprevedibili cambiamenti di rotta, il destino degli storici dell’arte sarà sempre più problematico. La scenetta surreale di Totò che vende la Fontana di Trevi ad un americano, potrebbe prefigurare una realtà futura concreta.

Nel momento in cui stiamo vivendo che, per usare un termine a Lei famigliare, potremmo definire “borderline“, quale ruolo può svolgere il museo? Avvicinare il museo al tessuto sociale significa riuscire a superare i confini?
Avvicinare il museo al tessuto sociale è sempre più un’impresa titanica. A meno che il museo non produca ‘eventi’ – termine orrendo – di richiamo. Ma in questo caso, ed è la soluzione largamente adottata, bisognerebbe chiedersi se poi il museo, con quanto rappresenta come memoria storica e luogo di valori culturali, possa continuare a svolgere la sua funzione fondamentale di rappresentare un patrimonio di valori insostituibili, non già mercantili, di una comunità, di una nazione.

 

 

 

 

Gioia Boattini

Gioia Boattini

Studentessa della Scuola di Specializzazione in Beni Storico-Artistici dell'Università di Bologna

Gioia Boattini ha scritto articoli per ArtShape.