Mathers Museum of World Culture

Mathers Museum of World Culture

di Davide Da Pieve

L’impatto della tecnologia, ormai da decenni, ha radicalmente modificato l’assetto e le priorità delle istituzioni museali. Benché questa non sia del tutto una novità è evidente come ogni museo sfrutti queste possibilità in modo proprio. La necessità principale che si avverte è quella di uscire dalle mura del pesante edificio contenitore di cultura, in favore della creazione di una rete comunicativa e di relazioni che facciano dialogare diverse realtà: questo è l’obbiettivo che si impone di raggiungere il Mathers Museum of World Culture.

Il museo americano si trova all’interno dell’Indiana University, nella sede della città di Bloomington, e da sempre funziona come supporto per gli studi etnografici che si svolgono all’interno del campus. La scelta di questa sede non è casuale, l’Indiana University è riconosciuta come leader per la comunicazione e per lo sviluppo di tecnologie digitali.

Nel 2013, oltre a celebrare i suoi primi cinquanta anni di attività, venne nominato un nuovo direttore del museo: Jason Baird Jackson, il quale realizzò un nuovo Piano Strategico, tutto proiettato verso il futuro. In quattro punti, capillarmente articolati, Jackson ed il suo staff mantengono solide le basi che hanno contraddistinto il museo sino a quella data, aprendo alla tecnologia ed alle rinnovate possibilità che essa offre. L’obbiettivo primario, come si legge sin dalle prime battute, sarà dunque quello di creare un’istituzione che diventerà:

leader dei musei e del patrimonio informatico, delle scienze sociali digitali e progetti umanistici digitali che servono non solo alla comunità di ricerca, ma anche alle comunità di origine diverse (quelle da cui le collezioni del museo provengono), come anche lifelong learners e agli studenti di tutto il mondo.

Nel primo punto si ribadiscono principalmente quali sono le basi di partenza interne. Si inizia dalla vasta collezione del museo (composta da più di 40.000 pezzi tra oggetti e fotografie), dall’intensificazione del suo studio e dalla periodica revisione per ottenere una maggiore produttività della ricerca. Il passo successivo sta nell’organizzazione di esposizioni ed eventi, realizzati grazie a dei finanziamenti stanziati dal museo e dall’università, attraverso cui mostrare i risultati raggiunti.

Un elemento chiave che contraddistingue questo museo americano è il ruolo essenziale che svolgono al suo interno gli studenti. Oltre ad esserci un staff fisso che si occupa della direzione salta subito all’occhio quanto i giovani studiosi siano indispensabili per il raggiungimento degli obbiettivi imposti. Sono molti i punti in cui si specifica l’esistenza di progetti destinati solo ed esclusivamente ai giovani studenti non ancora laureati, sino ad arrivare ad un livello più avanzato di ricerca svolto nel corso di dottorati e programmi post-dottorato. Agli studenti sono dunque affidati veri e propri progetti che prevedono lavori di digitalizzazione, seminari, convegni, ma anche curatele autonome.

Nel secondo punto del Piano Strategico sono presenti tutti gli elementi chiave per comprendere quale sia il carattere e l’identità che contraddistingue il Mathers Museum. I progetti di ricerca e gli studi dovranno partire dalla collezione interna ma uscire, attraverso gli studi, dall’edificio istituzionale; la multidisciplinarietà, la collaborazione con altri dipartimenti, le pubblicazione online di catalogazioni e schedature, sono tutti aspetti che tendono a creare nuovi rapporti con l’esterno, ponendoli in stretto rapporto con le differenze culturali presenti nel mondo. La volontà è dunque quella di uscire dal museo per creare una rete di conoscenza e di cultura che si sviluppi in vari centri del pianeta. Come si legge nel Piano Strategico:

[gli addetti del museo] non sono semplici ricercatori che comprendono ed esplicitano la diversità culturali, loro sono degli ambasciatori, dei ponti tra il campus e il mondo.

Dobbiamo mettere in evidenza che il ponte è una struttura percorribile nei due sensi di marcia: la tecnologia sarà quindi sfruttata per creare una rete a doppio senso in quanto tutti i contenuti online saranno disponibili per qualsiasi utente del pianeta. Dunque le possibilità comunicative aiuteranno i ricercatori dei musei per intensificare il loro lavoro ma, allo stesso tempo, ogni persona in rete potrà entrare virtualmente nelle attività del museo. A questo proposito risultano essenziali i punti 2.b e 2.c del Piano Strategico, nei quali il museo si mette a completa disposizione del visitatore telematico attraverso la realizzazione ed il costante aggiornamento di cataloghi online, lezioni pubbliche e seminari trasmessi online, sino alla organizzazione di vere e proprie mostre online (fruibili al seguente link: http://dlib.indiana.edu/omeka/mathers/ ).

Nei restanti due punti (3 e 4) si articolano temi strettamente riguardanti il museo vero e proprio, come per esempio la gestione quotidiana, la fruizione e la manutenzione dell’edificio: aspetti apparentemente meno nobili, ma che consentono al museo di poter ospitare collezioni di altissimo valore, oltre a rendere gradevole la visita per qualunque visitatore.

In conclusione si potrebbe affermare che questo museo restituisce un’idea di fucina universitaria che trova delle solide basi di studio nella propria collezione, mettendola in relazione con il mondo esterno, discostandosi da un’idea antiquata di conservazione del patrimonio. Gli oggetti, attraverso gli studi, escono dal museo, per una nuova tipologia di fruizione telematica. In molti casi questo potrebbe risultare davvero fuorviante, ma, con la dovuta cautela, questa collezione potrebbe svolgere un ruolo centrale per una maggior completezza degli studi etnografici mondiali.

Davide Da Pieve

Davide Da Pieve

Specializzando in Beni Storico-Artistici presso l’Università di Bologna. Si occupa principalmente di arte del XX secolo, con particolare attenzione nei confronti di mostre, riviste e nuove tecnologie.

Davide Da Pieve ha scritto articoli per ArtShape.