La vivificazione culturale. Da “Museo-Tempio” a “Museo-Outlet”

La vivificazione culturale. Da “Museo-Tempio” a “Museo-Outlet”

di Francesca Sinigaglia

Patrizia Dragoni, nel suo libro Processo al Museo, compie un’indagine accurata sugli sviluppi intellettuali riguardanti la concezione dell’Istituzione museale che hanno caratterizzato tutto il secolo passato. Addentrandosi nel vivo della disanima, l’approccio della studiosa rimane neutro, come lei stessa precisa nell’Introduzione del libro. Un dibattito aperto da secoli che inizia a concretizzarsi seriamente all’inizio del Novecento evolvendosi nel corso di tutto il secolo. Il percorso della Dragoni si avvia dall’idea iniziale di Museo-Tempio, criticato dagli intellettuali statunitensi fin da inizio secolo, i quali cercarono di creare spazi espositivi “democratici” e popolari, per coinvolgere la generalità del pubblico. Questa concezione venne poi importata in Italia, in cui personalità come Adolfo Venturi e Corrado Ricci, a cavallo tra le due guerre, puntarono sulla valenza educativa del Museo. Tuttavia, in quel particolare periodo storico, l’arte era sinonimo di propaganda e l’Istituzione museale divenne strumento per una grandiosa «politica espositiva»; sorsero quindi la Biennale di Venezia, la Triennale di Milano e la Quadriennale di Roma, con la nuova rete di musei progettati dalla BBPR a Roma nella zona dell’Eur.

Eppure, come sottolinea puntualmente la ricercatrice di Museologia, il vero dibattito culturale in Italia si focalizzò solo dopo la seconda guerra mondiale, a causa della grande ricostruzione che interessò tutta la penisola. Nel 1953 fu pubblicato il primo rapporto ufficiale di ricostruzione: Musei e Gallerie d’Italia. 1945-1953 dove il saggio “Criteri generali di riordinamento” costituiva il primo documento normativo per i musei italiani, documento che sarebbe poi stato sostituito solo nel 2001 dall’Atto di indirizzo sui criteri tecnico-scientifici e sugli standard di funzionamento e sviluppo dei musei. Due carte separate da cinquant’anni di riflessioni che si concretizzarono nell’eliminazione in primis del Museo-Ambientazione, definito criticamente da Longhi «stile ristorante Capuleti e Montecchi» (1), in seguito nella ridefinizione delle sedi museali, preferendo spazi costruiti fuori dai centri urbani, con illuminazioni adeguate, orari di apertura più flessibili e mostre temporanee e permanenti. Già dagli anni ’50 si iniziò a considerare anche i posti di ristoro annessi al museo e sale dedicate a laboratori e alla didattica, in stile americano. Gli allestimenti di Carlo Scarpa, di Franco Albini e della BBPR, che riguardarono tutta Italia, puntarono proprio a questa nuova idea di vitalità del museo, del Museo-vivo. Si rafforzò dunque la funzione sociale del museo, e si cercò di allargare il raggio d’azione, coinvolgendo le visite didattiche da parte delle scuole e delle Università, si affrontarono i temi della conservazione, dell’esposizione, per fare in modo che il Museo divenisse un mezzo di «educazione collettiva». (2)

Patrizia Dragoni dedica un grande spazio alla Commissione Franceschini che, nel ’64, delineò, per la prima volta, la nozione di cultura e di “bene culturale”, estesa a tutto il paesaggio, concependo il Museo come un’Istituzione che doveva rappresentare il territorio circostante, essere punto di riferimento della cultura locale, quale espressione della società autoctona. Il “Museo laboratorio” venne progettato come un cantiere di idee che custodisce il passato per spiegare il presente. Gli anni ’70 e ’80 sono caratterizzati dall’ “allargamento” del concetto di cultura per il quale il museo svolge un ruolo da protagonista. La Dragoni sceglie di dare voce alle riflessioni di Roberto Longhi «l’opera d’arte sta nel mondo» e di Franco Russoli che puntava sull’utilità del Museo come «libera presa di coscienza per costruire un giudizio libero, museo come “strumento” di maturazione e formazione civica ed individuale». (3) E se fino agli anni ’80 il dibattito si concentrò sulla tutela, alla valorizzazione venne lasciato un posto limitato, fino a che la “valorizzazione” non coincise con il concetto di “sfruttamento delle risorse”. Si iniziò a intuire che il settore culturale sarebbe potuto diventare trainante anche sotto il profilo economico-produttivo. Verso la fine degli anni ’80, infatti, emerse l’idea di “Museo come risorsa economica”. Tuttavia, se il concetto di valorizzazione assunse un rilievo molto maggiore, nell’effettivo puntò a quello che Patrizia Dragoni definisce «business turistico». (4) L’opinione pubblica si divise tra chi pensava che produrre reddito per la collettività fosse un bene, altri invece espressero perplessità, come Giuliano Briganti rattristato dall’idea dei «beni culturali come giacimenti petroliferi». (5) Negli anni ’90 la coscienza collettiva si rafforzò e i privati si dimostrarono attenti nel progetto della “cultura come impresa” e il Museo puntò all’autofinanziamento. Patrizia Dragoni riporta anche innumerevoli riflessioni di Andrea Emiliani che, se in un primo momento si dimostrò interessato ad aprire la cultura ai privati, poi iniziò a denunciare la decadenza dell’ambiente: «è una crisi di cultura e palesemente finanziaria». (6)

Il dibattito sulla privatizzazione della cultura si risolse infine nel decreto ministeriale del maggio 2001 che, conferendo autonomia economica ai musei, stabilendo delle dotazioni minime e delineando le funzioni del museo nei confronti del territorio circostante, sembrò essere il punto di arrivo di uno scontro durato quasi un secolo. Tuttavia la studiosa, attraverso citazioni puntuali tratte dalla Conferenza Nazionale del Musei del 2008, non manca di sottolineare alcune perplessità riguardo la nozione di valorizzazione, indicata con un’accezione esclusivamente monetaria e denuncia la ancora lacunosa preparazione degli operatori museali, ritenuta fondamentale per il buon funzionamento di essi. E anche se il programma annunciato dalla nuova direzione del Ministero caldeggia una nuova rivoluzione dei beni culturali tutta improntata sulla valorizzazione per creare ricchezza, il rischio di un degrado culturale è forte e la prospettiva futura quella del “Museo Outlet”.

Processo al Museo – Sessant’anni di dibattito sulla valorizzazione museale in Italia, Patrizia Dragoni, prefazione di Andrea Emiliani, Edizioni Edifir, Collana: Le Voci del Museo, Pagine: 184, Prezzo: 16,00 €

(1) R. Longhi, Una mostra a Verona, in L’approdo letterario, 1958, n.4, pp. 3-11.
(2) G. C. Argan, La crisi dei musei italiani, in Ulisse, p. 466.
(3) F. Russoli, Il museo come elemento attivo nella società, in Il museo come esperienza sociale, pp. 79-83.
(4) P. Dragoni, Processo al museo.
(5) G. Briganti, Intervento, in Le mura e gli archi, pp. – 76-79.
(6) P. Dragoni, Processo al museo.

Francesca Sinigaglia

Francesca Sinigaglia

Laureata in Storia dell'Arte - Facoltà di Arti Visive, Bologna Frequenta Scuola di Specializzazione Beni Storico Artistici

Francesca Sinigaglia ha scritto articoli per ArtShape.