La vitalità delle identità culturali

La vitalità delle identità culturali

di Davide Da Pieve

Nel testo Il patrimonio culturale immateriale vengono poste delle domande molto stimolanti relative alla nascita e allo sviluppo della salvaguardia del patrimonio culturale immateriale. L’autrice, Lucia Gasparini, non solo ricostruisce attraverso un’evoluzione cronologica la crescente importanza che spetta ai beni immateriali, ma pone delle interessanti questioni relative al riconoscimento di essi come parte indispensabile del patrimonio culturale.

Partendo dalla Convenzione per la protezione del patrimonio culturale e naturale, indetta dall’UNESCO nel 1972, l’autrice spiega come vennero affrontati per la prima volta i problemi di una rinnovata visione globale del patrimonio artistico. Motori di questo cambiamento furono le sollecitazioni indotte dall’antropologia e dal confronto tra diverse culture che minarono i criteri basilari di tutela in vigore a quell’epoca. George Kubler, nel noto saggio Le forme del tempo (1976), fu uno dei primi storici dell’arte a ragionare sul posto che spetta alle manifestazioni culturali e artistiche che si allontanano da una concezione prettamente elitaria. Grazie ai suoi studi specialistici sulle civiltà precolombiane, Kubler, riconobbe l’importanza dei loro manufatti, utili a dare una maggiore completezza alla storia dell’arte, o meglio, alla comprensione della sequenza formale che si sviluppa nel corso della storia. Negli anni Settanta la direzione intrapresa della varie Convenzioni fu dunque quella di:

promuovere l’apprezzamento e il rispetto delle identità culturali, comprendendo in questa categoria le diverse tradizioni, modi di vita, i linguaggi e i valori culturali.

Questa concezione rinnovata del patrimonio culturale rende meno evidenti i confini della storia dell’arte stessa in quanto vengono messe sotto speciale osservazione tutte quelle tradizioni folcloristiche e orali che non possono essere conservate, valorizzate e tutelate come dei semplici oggetti. Il tentativo di dare una certa omogeneità internazionale a questo rinnovamento generò una riflessione sulla diversa concezione che ogni popolo ha nei confronti della cultura e della storia. In Europa l’approccio alla storia, per esempio, risulta decisamente conservativo: l’eventualità di perdere le testimonianze equivale alla completa perdita del passato. Per le popolazioni asiatiche e africane quest’idea non è valida: la loro cultura è dominata da una visione tutt’altro che lineare della storia, essi hanno una concezione ciclica ed eterna, intuibile dal loro diverso rapporto nei confronti della morte. Il primo passo della Convenzione del 1972 fu dunque quello di annullare l’eurocentrismo monumentale dominante, in favore di una apertura verso le culture tradizionali, facendo passare in secondo piano anche l’aspetto estetico che solitamente contraddistingue il patrimonio artistico.

Mediante numerosi dibattiti si giunse all’approvazione, nel 2004, della Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale del 2003: tappa essenziale raggiunta dall’UNESCO. Le fondamenta della Convenzione rimasero le stesse del 1972, ma numerosi furono i criteri di rinnovamento attuati. Un radicale cambiamento lo percepiamo attraverso l’eliminazione dell’uso del termine “capolavoro” in favore di “bene culturale immateriale”; nozione rivisitata che trova le sue origini nell’idea di “patrimonio immateriale”, proposta per la prima volta nel 1982. Con la Convenzione del 2003 si arrivò a una reale e definita tutela dei beni immateriali, o meglio alla loro “salvaguardia”. È di notevole importanza l’introduzione di questa parola perché:

il termine salvaguardia avrebbe sostituito il termine protezione. [..] La comunità sarebbe diventata un concetto chiave nella nuova ottica, alveo naturale che garantisce i processi di trasmissione, di apprendimento e di creazione; il patrimonio culturale immateriale andava considerato come qualcosa che continuamente ridefinisce la propria forma in base alle circostanze ed al contesto sociale.

La pratica della salvaguardia mette in evidenza l’importanza delle relazioni tra persone anziché dell’oggetto: non solo perché esso scompare ma perché l’attenzione si sposta verso un patrimonio vissuto, che cambia nel tempo, ma di cui non bisogna disperderne l’identità. È dunque necessario abbandonare una statica idea di patrimonio fisso: quando si parla di beni immateriali passa in primo piano il dovere di tramandare, di trasmettere cosicché l’integrità del patrimonio ceda il passo alla vitalità. Questa nuova lettura del patrimonio, dinamica ed evolutiva, è tanto radicale da mettere in discussione i concetti di valore, autenticità, patrimonializzazione e musealizzazione. L’autrice intuisce che la maggior parte di questi dubbi dipendono forse da una tipica visione occidentale in cui i beni materiali e immateriali vengono ancora divisi e affrontati come due cose a se stanti. Lo scopo di questo libro è proprio quello di mettere in evidenza questa frattura per evitare che si risolva la questione con una vuota definizione allargata di patrimonio. Nonostante il dibattito abbia raggiunto un buon punto sembra decisamente lontano dal considerarsi concluso: la Gasparini, in particolar modo nelle battute finali, mette in luce che è ancora molta la strada da fare per redigere una reinterpretazione del patrimonio culturale completamente libera da vincoli gerarchici.

Lucia Gasparini, Il patrimonio immateriale. Riflessioni per un rinnovamento della teoria e della pratica sui beni culturali, Milano, Vita e Pensiero, 2014, pp. 174, € 17,00.

Davide Da Pieve

Davide Da Pieve

Specializzando in Beni Storico-Artistici presso l’Università di Bologna. Si occupa principalmente di arte del XX secolo, con particolare attenzione nei confronti di mostre, riviste e nuove tecnologie.

Davide Da Pieve ha scritto articoli per ArtShape.