Percezioni dall’isola digitale: intervista a Paola Dore

Percezioni dall’isola digitale: intervista a Paola Dore

di Redazione

La serie di interviste condotte da ArtShape agli alumni della Scuola di specializzazione in Beni Storico-Artistici dell’Università di Bologna prosegue con Paola Dore, diplomata nel 2011 (a.a. 2009/2010), con una tesi dal titolo “Valorizzare i Beni Culturali nell’era digitale. La Digital Library della Regione Sardegna” su come la rivoluzione digitale in atto abbia mutato la fruizione del patrimonio culturale, sotto la supervisione di Paolo Granata, docente di Gestione dei Beni Storico-Artistici. Le risposte di Paola ci consentono di affrontare il tema dei rapporti tra la gestione del patrimonio e le pratiche comunicative connesse alla valorizzazione del territorio, inteso nella sua accezione più ampia come luogo di intreccio tra arte, storia, memoria, paesaggio.

Paola, pur essendoti diplomata presso la Scuola di specializzazione in Beni Storico-Artistici di Bologna, in realtà hai sempre operato a stretto contatto col tuo territorio, la Sardegna. Come ti sei rapportata al tuo contesto culturale durante gli anni di percorso formativo?
Al momento dell’inizio della Scuola svolgevo già degli incarichi professionali a Cagliari, quindi ho mantenuto un rapporto molto stretto col territorio di nascita, anzi, ho stretto un rapporto più forte, a doppia mandata, imparando a riconoscerne le peculiarità soprattutto grazie alle esperienze e ai continui confronti con le altre realtà. Ho iniziato a lavorare nei piccoli centri dell’interno, a contatto coi problemi quotidiani di chi deve occuparsi materialmente della gestione del patrimonio culturale locale: mi si è aperto un mondo.

Nei due anni di frequenza della Scuola di Specializzazione, già svolgevi attività di consulenza presso enti e istituzioni della tua regione? Che funzione ha avuto il percorso didattico della Scuola in rapporto a queste prime esperienze professionali?
La situazione lavorativa instabile di questi ultimi anni ha richiesto “flessibilità” soprattutto negli spostamenti e così mi sono ritrovata ad avere incarichi con aziende private dislocate anche in altre regioni, per studi e ricerche riguardanti non solo la Sardegna. Gli spostamenti dovuti sia alla frequenza delle lezioni, sia al lavoro, hanno richiesto grande fatica e versatilità ma sono stati di grande motivazione e ancor più allettante è stato l’approccio nuovo che si è creato con il mondo del lavoro, grazie agli approfondimenti offerti dalla Scuola e grazie ai confronti con i colleghi di studio. Oltre all’incontro con materie nuove mai affrontate prima, c’è stata una crescita professionale per il rapportarsi in modo più completo con le esperienze tra studenti ma anche con le esperienze offerte dai docenti: nuovi approcci di studio e nuovi metodi di lettura per i case study proposti e le best practise apprese. Ogni nuova conoscenza, insomma, cresce e si moltiplica esponenzialmente se la si reinveste nella propria realtà.

Il tuo percorso professionale post-universitario ti ha portato a lavorare in stretto contatto con diverse realtà della tua regione in qualità di Esperto per la valorizzazione dei Beni Culturali. Vuoi parlarci di questa tua esperienza?
I percorsi professionali sono un’imprevedibile commistione di capacità personali e coincidenze. La passione per le nuove tecnologie e l’approfondimento della loro applicazione alla valorizzazione del patrimonio culturale, argomento di tesi della Scuola, mi hanno spinto a investire sui nuovi strumenti di valorizzazione e fruizione del patrimonio culturale. In modo particolare mi sono occupata di valorizzazione dei paesaggi e delle identità locali…nuovi orizzonti professionali da esplorare, insomma! Lo stimolo maggiore è stato il rapportarsi con professionalità differenti dalla mia: esperti in materie paesaggistico-ambientali, esperti in centri storici e in politiche urbane, informatici, tutti a servizio della tutela e della salvaguardia dei beni comuni.
Rischio d’insuccesso? Matematicamente certo se si rimane incasellati nella figura dello “storico dell’arte” propriamente detto impossibile se si esprimono le capacita creative e camaleontiche!

Quali problematiche, ma anche opportunità, intravedi per chi come te decide di intraprendere un percorso professionale autonomo, curando in prima persona la realizzazione di progetti?
La situazione di crisi non aiuta. Io stessa mi sento, lavorativamente parlando, in equilibrio instabile nonostante abbia superato i dieci anni di esperienza. Penso che il percorso di lavoro autonomo nel nostro settore sia di grande stimolo ma deve essere affrontato seguendo alcune regole basilari che permettano di maturare esperienze non solo attraverso il lavoro, ma anche attraverso i tirocini e il volontariato, trovando tra questi il giusto equilibrio, non confondendoli tra di loro e non scendendo a compromessi. Il tirocinio deve essere concordato prima del suo inizio in termini di tempi, obiettivi e retribuzione eventuale; il volontariato deve essere svolto per passione ma soprattutto il lavoro deve essere retribuito.
Così, aperta la partita IVA mi sono proposta ad alcuni Comuni per l’adeguamento dell’ambito storico culturale dei piani urbanistici comunali alle nuove regole dettate dal piano paesaggistico regionale; ho proposto laboratori didattici ai centri d’arte della mia città; ho proposto progetti ad enti di formazione. Non tutta la progettazione va poi a buon fine ma ogni progetto è un potenziale incarico che infittisce la rete di relazioni imbastendo comunque un nuovo contatto e aggiunge un tassello all’esperienza.
Un altro vantaggio è che il lavoro autonomo può essere svolto con grande libertà e in parallelo ad altri incarichi che, nella migliore delle ipotesi, sono attinenti alla propria formazione: insegnamento, didattica museale, ricerche di marketing territoriale, lezioni private etc.
Svantaggio maggiore? Non tutti i progetti vanno a buon fine e nei “periodi di magra” ci si accontenta di lavori distanti dalle proprie attitudini quali l’editing cartografico: lavoro remunerato, fonte di finanziamento dei corsi post laurea e punto di partenza per un incarico di responsabilità all’interno della stessa azienda…insomma, investire sempre sulla crescita professionale e quando il lavoro non lo permette direttamente perché è fonte di reddito ma non curricolare concentrarsi sull’aggiornamento e studiare a fondo!

A fronte della tua esperienza come quella nel settore del patrimonio paesaggistico, quali opportunità esistono per chi come te è specializzato all’interno di questo settore?
Per chi ha una specializzazione in Beni Storico-Artistici è richiesta una certa elasticità, nel senso che abbiamo le basi per affrontare le problematiche inerenti la tutela, la valorizzazione e la fruizione del nostro patrimonio culturale, ma chiaramente occorrono tutta una serie di studi ulteriori, oltre alla capacità di lavorare con professionalità molto diverse, all’interno di gruppi multidisciplinari.

Come utilizzi le nuove tecnologie nel tuo lavoro. Quali le potenzialità che intravedi a tale proposito?
La situazione ideale è quella in cui ho la possibilità di lavorare a stretto contatto con un informatico col quale confrontarmi su esigenze del settore e possibilità di realizzazione. Si tratta di un’opportunità che anni fa ho vissuto facendo parte del gruppo di storici dell’arte che hanno fornito la propria consulenza per la revisione del software ministeriale di catalogazione dei beni mobili. Da quel omento si sono aperte altre opportunità, non ultima quella vissuta all’interno della Regione Sardegna, grazie ad un dirigente illuminato e orientato all’impiego delle nuove tecnologie. Qui ho collaborato all’interno della fucina che ha dato la luce a delle applicazioni mobile open source con le quali valorizzare il patrimonio paesaggistico e le identità locali che ha visto coinvolte sia la Sardegna che la Corsica. Si tratta di un app mobile che è stata poi rivista e riadattata per la valorizzazione dei beni paesaggistici tutelati dal Piano Paesaggistico Regionale. Si tratta insomma di idee in erba che poi hanno seguito un loro percorso di crescita.
Per quanto riguarda il laboratorio di cui ho fatto parte fino ad agosto, all’interno del progetto europeo  LABnet plus, lavorava molto su una piattaforma interna, che ha permesso i contatti tra tutti i partners e tra i membri dei vari laboratori di Sardegna, Liguria, Toscana e Corsica.

Quali sono secondo te le competenze su cui uno specializzando dovrebbe oggigiorno maggiormente investire per integrarsi professionalmente in un settore così ampio come quello dei Beni Storico-artistici?
Probabilmente manca la giusta apertura verso il panorama europeo, soprattutto sugli orientamenti della governance comunitaria e quindi sui finanziamenti su cui puntare oltre a delle basi relative al fundraising.
Un consiglio che mi sento di dare a chi affronta il mondo del lavoro è quello di puntare molto sui privati. Nell’ambito della catalogazione, ma anche nel settore della ricerca e sviluppo, ho lavorato tanto con aziende d’informatica private e ho trovato al loro interno un ambiente giovane di grande stimolo, molto dinamico e competitivo.

La Scuola di specializzazione che hai frequentato, per sua vocazione, offre solide basi storiche, teoriche e metodologiche attraverso cui operare nel settore della tutela, della gestione e della valorizzazione del patrimonio storico-artistico. Come trasformare un percorso di studi e ricerca in un percorso professionale, in risposta alle esigenze del settore? Insomma, come coniugare teoria a pratica, quali difficoltà e quali opportunità?
Bisogna stare sempre allerta, non perdere un concorso, una selezione, essere disposti a spostarsi e soprattutto adeguarsi alle opportunità che ci vengono offerte. All’inizio del percorso professionale il mio sogno era lavorare in un museo o una fondazione d’arte contemporanea, ma le realtà con e quali sono entrata in contatto sono state di scarso stimolo sia adrenalinico che economico e ho deciso di seguire un percorso autonomo, muovendomi nel mercato del lavoro senza troppi fardelli e spendendo al meglio la professionalità acquisita. Le opportunità bisogna cercarle, stanarle, crearle con una fitta rete di contatti.

Dopo la Scuola di specializzazione, hai continuato ad investire sulla tua formazione? Hai partecipato a corsi di aggiornamento? Hai avuto opportunità formative particolari ti sono servite nel tuo percorso professionale?
La fine della Scuola ha coinciso con l’inizio di un altro percorso di vita, quello della maternità: la nascita di Diletta ha dato nuova essenza all’esistenza rubando un po’ di spazio alla professione. I tempi dedicati allo studio, da quel momento, si sono ridotti enormemente, fermo restando che il lavoro che svolgo richiede fisiologicamente, aggiornamento e studio continui.

Su cosa stai lavorando in questo periodo? Progetti in cantiere? Idee? Traguardi?
Da poco più di due anni ho chiuso la partita IVA e lavoro con contratti a tempo determinato presso la Direzione Generale dell’Urbanistica della Regione Sardegna, dove mi occupo di management e valorizzazione del patrimonio culturale. L’ambiente di lavoro è molto stimolante e di grande adesione alla realtà: si lavora con un continuo scambio tra e diverse professioni e direttamente sul territorio, su progetti locali o comunitari che hanno come obiettivo lo sviluppo locale.
Mi piacerebbe, un giorno, poter fare qualcosa per la messa a sistema dei beni culturali della mia regione al fine di  orientare i flussi turistici dalle coste verso l’interno e diversificare l’offerta turistica stagionale: abbiamo un patrimonio identitario e paesaggistico ricchissimo ma valorizzato al minimo per la mancanza di una rete stabile e di una gestione unica.
Non vorrei più vedere musei archeologici con reperti unici osannati internazionalmente da cultori e studiosi le loro unicità trascurate da gestioni prive di fondi, in cui il patrimonio culturale è avvilito da edifici inadeguati, mancati di un’efficace attività di comunicazione e promozione.
Vorrei non vedere più il patrimonio etnografico parcellizzato negli innumerevoli musei della cultura popolare che si trovano quasi in ogni piccolo centro della Sardegna. Si tratta di musei che raccolgono materiale preziosissimo per la ricostruzione dell’identità popolare, donato con grande generosità da privati e allestito, frequentemente, senza alcuna scelta espositiva e senza le più elementari regole di conservazione ma dotato di strumentazione multimediale (gentilmente “offerta” dalla comunità europea) inutilmente spenta e quando accesa, di discutibile qualità contenutistica. Si tratta di un management culturale affidato alle amministrazioni locali, privo di una visione d’insieme, che mal esprime l’anima di un’isola che ha rafforzato i propri aspetti identitari, i moduli decorativi artigianali e le specificità artistiche,  a causa della naturale condizione d’isolamento dettata dallo stretta morsa del mare.
Ma è anche una condizione alimentata negativamente da finanziamenti mancanti di una regia unitaria e affidati a ditte che, vincitrici dell’appalto per la fornitura, si limitano ad offrire puntualmente l’elenco dei beni e servizi espressamente richiesto da capitolato, ma senza adesione alle effettive necessità del territorio.
E poi c’è la grande passione per l’arte: un amore sempre vivo che forse un giorno riuscirò a riabbracciare per lavoro, ma i tempi non sono ancora maturi.

Redazione

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Redazione ha scritto articoli per ArtShape.