Non solo arte: intervista a Lucia Tarantino

Non solo arte: intervista a Lucia Tarantino

di Redazione

Proseguiamo la serie di interviste condotte da ArtShape agli alumni della Scuola di specializzazione in Beni Storico-Artistici dell’Università di Bologna con Lucia Tarantino, diplomata nel 2012, con una tesi dal titolo Da vestibolo a stazione ferroviaria. Funzione e valore dell’atrio museale nell’epoca del turismo di massa, sotto la supervisione di Antonella Huber, docente di Storia dell’Architettura Contemporanea. Le risposte di Lucia ci consentono di entrare in contatto con il fermento culturale che da sempre caratterizza la città di Bologna, che in realtà vive grazie a un’ampia rete relazioni intessute tra gli operatori culturali e il contesto educativo, nelle sue tante accezioni.

Lucia, hai iniziato i tuoi studi universitari a Urbino, dove hai conseguito sia la laurea triennale che quella magistrale in Storia dell’Arte. Nel 2008/09 decidi di iscriverti alla Scuola di specializzazione in Beni Storico-Artistici di Bologna. Che ruolo ha avuto il contesto culturale bolognese nel tuo percorso formativo?
Quando ho deciso di spostarmi a Bologna per la Scuola di Specializzazione, venivo da due anni di tirocinio – trasformatosi poi in un rapporto di collaborazione professionale – con il Museo di Castelvecchio di Verona. Lì ero approdata durante le ricerche per la tesi di specialistica conseguita ad Urbino nel 2007.
La mia formazione storico-artistica è dunque stata caratterizzata da un forte e rapido cambio di prospettiva: da un iniziale orientamento particolarmente focalizzato sulla critica e sulla metodologia storico-artistica (con un occhio rivolto per lo più agli aspetti e alle figure del Rinascimento urbinate e ai rapporti con il centro-Italia), fino ad un’immersione, direi totalizzante, in tematiche museografiche e museologiche che hanno marcato fortemente il mio periodo veronese. Il contesto culturale bolognese e il taglio metodologico della Scuola hanno rappresentato per me un terzo ulteriore punto di osservazione, una sorta di tappa intermedia, che ha fuso insieme i miei precedenti approcci alla Storia dell’Arte, quello prettamente legato alla critica e quello più “pragmatico” legato alla musotecnica, aspetto quest’ultimo che poi ho deciso di abbracciare come approfondimento di studio e di ricerca.

Nei due anni di frequenza della Scuola di Specializzazione, hai svolto alcune esperienze di stage e tirocinio presso enti e istituzioni convenzionati con l’Università di Bologna, così come previsto dal piano di studi. Come sono andate queste esperienze? Che funzione hanno avuto nel tuo percorso di formazione?
Quando ci è stato chiesto di individuare una struttura per lo stage, ho ponderato con molta attenzione questa opzione, proprio perché, non essendo bolognese né avendo avuto una formazione sul territorio, ho pensato che questa potesse divenire un’ottima opportunità per entrare in contatto col la rete culturale cittadina o quanto meno per “sbirciarne” il dietro le quinte e individuarne i punti di forza, i limiti e le dinamiche intrinseche. Unendo questo desiderio alla mia particolare inclinazione per la storia dell’arte contemporanea, la scelta è caduta quasi in maniera naturale sul MAMbo, Museo d’Arte Moderna di Bologna, che ormai, soprattutto a partire dalla direzione Maraniello, si è aggiudicato una fetta importante nel panorama museale italiano. Inoltre, essendomi occupata a Verona della cura redazionale di alcuni testi e articoli, ho chiesto di poter affiancare l’ufficio editoriale del museo, che mi ha affidato la schedatura dei cataloghi delle mostre organizzate dall’Istituzione Galleria d’Arte Moderna a partire dagli anni Settanta. È stata questa un’occasione preziosa per conoscere il background della vita culturale bolognese, dei suoi protagonisti e dei rapporti tra Istituzioni e gallerie d’arte soprattutto nella stagione d’oro delle grandi mostre.

Il tuo percorso professionale post-universitario ti ha portato a lavorare a stretto contatto con una realtà culturale bolognese che opera nel settore della divulgazione dell’arte e dell’educazione. Vuoi parlarci di questa tua esperienza? Qual è il tuo ruolo oggi?
Nel 2010 ho incrociato la strada della Fondazione Marino Golinelli (FMG). La FMG nasce nel 1988 con lo scopo di promuovere principalmente la cultura scientifica tra le giovani generazioni, rappresentate sia dal Sistema Scuole che dal pubblico. Negli anni, la FMG ha affinato e incrementato sempre di più le sue iniziative e i progetti didattico-formativi rivolti ai cittadini, con lo scopo di stimolare il dialogo tra università, ricerca, formazione, mondo del lavoro e innovazione. La mia personale esperienza all’interno della Fondazione è partita con una semplice gestione della segreteria didattica in occasione del suo evento di punta, Arte e Scienza in Piazza, per poi evolversi in un rapporto ormai più consolidato che mi vede ricoprire un ruolo di responsabilità e di gestione del rapporto con le scuole, coordinamento del personale e dello staff, supervisione organizzativa di progetti ed eventi culturali.

Quali problematiche si trova ad affrontare oggi una Fondazione culturale in relazione al raggiungimento dei propri obiettivi statutari? Di contro, quali sono a tuo avviso le opportunità peculiari dell’assetto istituzionale di una Fondazione nell’erogazione di servizi educativi, di valorizzazione e divulgazione?
Credo che il punto di forza della FMG sia stato quello di ispirarsi, nello statuto, al modello americano, particolarmente incline ad una sorta di filantropia e di mecenatismo culturale. Inoltre, sin dalla sua nascita, la FMG si è dedicata ad approfondire e divulgare argomenti d’avanguardia e/o particolarmente innovativi, con il fermo intento però di coinvolgere la società civile in una visione unitaria e originale del “fare cultura”, nella quale arte e scienza godono di pari dignità. Anche la metodologia educativa e divulgativa adottata è per certi versi di respiro internazionale, basata com’è sull’edutainment (didattica + intrattenimento e divertimento insieme). Questo atteggiamento, innovativo, sperimentale e competitivo, è una peculiarità del privato sociale, di uno spirito imprenditoriale che agisce in una logica di sussidiarietà verticale mirata al cambiamento, assumendosene, di contro, anche i rischi.
Le difficoltà nel “far passare” questo tipo di intuizione sono molteplici. Una Fondazione culturale è necessariamente e intrisecamente legata al territorio nel quale agisce e dipende moltissimo dal contesto istituzionale pubblico e privato (Università, Comune, Scuole, Musei, etc.) con il quale entra quotidianamente in rapporto. Talvolta, coinvolgere e relazionarsi con questi attori, tra l’altro in un periodo così poco propositivo e propulsivo per la cultura, con un Sistema Scuole carente di risorse professionali ed economiche, è un’operazione spesso molto impegnativa, così come reperire risorse esterne per il raggiungimento di obiettivi innovativi e creare network stabili e sostenibili.

A fronte della tua esperienza, quali opportunità esistono per gli specializzandi all’interno di questo settore?
Lavoro quotidianamente a stretto contatto con professionalità e competenze di svariato genere, anche molto diverse dalla mia, in primis esperti in pedagogia, didattica e divulgazione scientifica e/o artistica. Forse, a parte la posizione che ricopro personalmente – più legata al coordinamento e alla gestione di eventi, al rapporto con partner e alla segreteria organizzativa rivolta a terzi –, un campo che mi sento di consigliare a chi sta facendo un percorso simile al mio, è proprio quello della conduzione e progettazione didattica. Nonostante il periodo buio che stanno attraversando gli enti di erogazione culturale, credo si senta ancora più il bisogno (e la necessità) di puntare sulla formazione e sull’educazione delle nuove generazioni, a partire dalla primissima infanzia. Bisogna lavorare sull’instillare già nei bambini e nei ragazzi un sentimento di curiosità e di fascino per la cultura in senso lato, se vogliamo che tra qualche anno i musei, le mostre, gli eventi, i festival tornino ad appassionare la gente e a moltiplicarsi. Di contro all’attuale tendenza politico-economica di focalizzarsi sulle aride logiche di mercato, sulla produttività a breve termine, sulle spietate strategie finanziarie e sugli eccessivi “tecnicismi”, credo che la società contemporanea dovrebbe essere spinta, a vari livelli, verso il recupero del concetto di “bellezza”. E chi decide di approfondire lo studio delle Arti Visive, come gli specializzandi di Storia dell’Arte, ha una propensione naturale, oltre che quasi un dovere etico, nel farsi portavoce e promotore di questo cambio di rotta.

La Scuola di specializzazione che hai frequentato, per sua vocazione, offre solide basi storiche, teoriche e metodologiche attraverso cui operare nel settore della tutela, della gestione e della valorizzazione del patrimonio storico-artistico. Come trasformare un percorso di studi e ricerca in un percorso professionale, in risposta alle esigenze del settore? Insomma, come coniugare teoria a pratica, quali difficoltà e quali opportunità?
Io stessa sono la dimostrazione di quanto sia difficile, oggi più che mai, incanalare nel mondo del lavoro le competenze/conoscenze teoriche acquisite lungo il percorso di studi. A conti fatti, se pur all’interno di un ambito lavorativo dalla forte vocazione culturale, non mi occupo nello specifico di gestione e valorizzazione del patrimonio storico-artistico e naturalmente questo aspetto mi manca moltissimo. Tuttavia, cerco di approcciarmi a questa opportunità occupazionale con spirito di apertura e di scambio. Nelle diverse professionalità e negli ambiti disciplinari con i quali mi relaziono quotidianamente – tal volta opposti a quelli più propriamente storico-artistici – tento di cogliere una possibilità di aprire e arricchire il mio orizzonte culturale e di uscire da certe gabbie concettuali che per forza di cose ognuno di noi si costruisce durante il percorso di studi. Al contempo, mi sforzo di non adottare un atteggiamento passivo nei confronti di queste “diversità” contenutistiche e metodologiche, ma di apportare, lì dove è possibile e opportuno, le mie specificità professionali e di essere propositiva e dinamica. Credo che il mondo del lavoro oggigiorno ci chieda proprio questo tipo di trasversalità e orizzontalità delle competenze, pur tuttavia rimanendo fedeli, e anzi rafforzando a mio avviso, le proprie individuali specializzazioni, che ci rendono diversi e complementari.

Dopo la Scuola di specializzazione, hai continuato ad investire sulla tua formazione? Hai partecipato a corsi di aggiornamento? Hai avuto opportunità formative particolari che ti sono servite nel tuo percorso professionale?
Il diploma è stato l’ultimo titolo di studio che ho conseguito. Al momento ho intenzione di procedere in due direzioni formative parallele: da un lato, nonostante non frequenti più assiduamente il Dipartimento di Arti Visive di Bologna, ci tengo moltissimo a mantenere vivo il legame con la Scuola e con i docenti, in particolare con la prof.ssa Huber che mi ha seguito per la tesi. Quando posso, mi tengo aggiornata sulle iniziative in atto, partecipo a conferenze, dibattiti e seminari che mi interessano, accetto volentieri gli inviti a redigere contributi scientifici (come l’articolo per Figure di prossima uscita) e seguo con piacere il blog ArtShape che trovo essere un’idea stimolante e intelligente.
Dall’altra parte, la Fondazione mi offre svariate possibilità di avvicinarmi o approfondire alcune tematiche a me poco conosciute prima, come la pedagogia e la didattica. Ho ad esempio da poco terminato un corso sulla psicomotricità nell’età evolutiva che ho trovato molto interessante e funzionale alla posizione che ricopro.

Su cosa stai lavorando in questo periodo? Progetti in cantiere? Idee? Traguardi?
Fuori dal campo lavorativo, che comunque mi impegna moltissimo, continuo a coltivare i rapporti con il Museo di Castelvecchio di Verona e il CISA – Centro Internazionale di Studi di Architettura Andrea Palladio di Vicenza, per campagne di catalogazione su fondi grafici e fotografici. Come investimento formativo, mi piacerebbe iscrivermi ad un master sull’editoria d’arte, settore questo che ho abbracciato per qualche tempo e che mi affascina moltissimo. Infine, per mio personale interesse, non mi spiacerebbe travalicare i confini della pura valorizzazione del patrimonio storico-artistico per testare altri territori, come quello musicale, teatrale e letterale; l’ambito della direzione o consulenza artistica mi ha sempre intrigato e non escludo la possibilità di far confluire le mie attuali competenze, e di acquisirne delle altre, nella gestione e promozione di eventi culturali (concerti, iniziative, reading, esposizioni, etc.) presso locali e associazioni del territorio particolarmente meritevoli di attenzione. In conclusione, porte aperte al nuovo!

Redazione

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Redazione ha scritto articoli per ArtShape.