L’arte è un modo speciale di pensare: intervista a Elisabetta Pozzetti

L’arte è un modo speciale di pensare: intervista a Elisabetta Pozzetti

di Redazione

La serie di interviste condotte da ArtShape agli alumni della Scuola di specializzazione in Beni Storico-Artistici dell’Università di Bologna prosegue con Elisabetta Pozzetti, diplomata nel 2009, con una tesi dal titolo “Il Museo come esperienza. Strumenti e strategie della comunicazione museale” incentrata sui musei analizzati dal punto di vista dell’efficacia comunicativa sia a livello di exhibit, che di supporti didascalici, che di interfaccia web, sotto la supervisione di Paolo Granata, docente di Gestione dei Beni Storico-Artistici. Le risposte di Elisabetta ci consentono di riflettere sulla molteplicità di linguaggi attraverso cui il museo comunica, e ai quali gli operatori di settore si rivolgono con sempre maggiore attenzione.

 Elisabetta, sei giunta a diplomarti presso la Scuola di specializzazione in Beni Storico-Artistici dopo aver studiato prima “Conservazione dei Beni Culturali” a Parma poi “Economia e Management dei Musei e Servizi Culturali” a Ferrara. Che idea ti sei fatta del contesto culturale e accademico bolognese in rapporto a quello di provenienza?
L’elemento caratterizzante l’ambiente accademico bolognese, rispetto alle precedenti esperienze universitarie, risiede nella interdisciplinarietà, nel dialogo alla pari tra docenti e discenti e nella capacità propositiva di alcuni insegnanti, capaci di attivare interesse e iniziative propedeutiche all’acquisizione di strumenti e capacità professionali.

Nei due anni di frequenza della Scuola di Specializzazione, hai svolto alcune esperienze di stage e tirocinio presso enti e istituzioni convenzionati con l’Università di Bologna, così come previsto dal piano di studi? Se sì, come sono andate queste esperienze? Che funzione hanno avuto nel tuo percorso di formazione?
Più che citare il tirocinio, sono grata a un’esperienza di studio molto interessante che ho cercato autonomamente e svolto in collaborazione con l’IBC della Regione Emilia Romagna, partecipando al progetto “Map for Id. Museums as Places for Intercultural Dialogue. European Grundtvig Project”. Il soggiorno a Madrid e la ricerca che ne è conseguita è cofluita poi, nel 2010, nella pubblicazione MAP for ID. Esperienze, Sviluppi e Riflessioni, (Editrice Compositori, 2010) presentata al workshop internazionale “Multicultural Societies, Intercultural Dialogue and European Museum”, organizzato dall’European Museum Academy e dall’IBC presso il Centro Universitario di Bertinoro. Il mio intervento “The Museum as experience. Strategies and tools of museum communication” ha proposto gli esiti della ricerca svolta in campo internazionale e le conclusioni espresse nella tesi di specializzazione.

Il tuo percorso professionale post-universitario ti ha portato a lavorare in proprio come curatrice, ma anche a stretto contatto con una realtà professionale attiva nel settore della comunicazione. Vuoi parlarci della tua esperienza di curatrice indipendente? Inoltre, com’è nata la tua collaborazione con Studio Chiesa, che ruolo hai avuto e hai tutt’ora?
Mi sono laureata col Prof. Arturo Carlo Quintavalle nel 2000 e immediatamente mi sono trovata a lavorare su tre versanti professionali distinti e al contempo complementari: conservatrice-restauratrice presso il Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma, responsabile delle attività espostive e culturali dell’Istituto di Cultura “Casa G. Cini” a Ferrara e nel week-end Assistente Tecnico Museale presso Palazzo Ducale di Mantova. Sono stati anni nei quali incessantemente ho macinato chilometri ed entusiasmo, accumulato fatica e gioia, superato difficoltà e acquisito esperienza. Fintanto che è stato necessario scegliere: ho scelto per l’attività critica e curatoriale, divenendo anche giornalista, sperimentando soluzioni allestitive e di comunicazione inedite. Nel 2006 sono stata incaricata Project Manager, dal Centro Internazionale d’Arte e di Cultura di Palazzo Te di Mantova, per la gestione di un progetto espositivo assai complesso, su tre città e differenti sedi, dedicato all’artista Andrea Mantegna. In quel frangente ho conosciuto l’agenzia di comunicazione visiva Studio Chiesa, con la quale ho poi collaborato in veste di Art Curator nella realizzazione progettuale ed esecutiva delle mostre “Arti Contemporanee” (Palazzo Beccaguti Cavriani, Mantova, 2007); “Trasmutazioni liriche. Opere di Fabbriano” (Museo Casa dell’Ariosto, Ferrara, 2008); “Steellife” (Triennale, Milano, 2009); “La faccia giovane dell’agricoltura lombarda” (Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “L. da Vinci”, Milano, 2011). Con loro ho inoltre individuato una modalità alternativa di veicolazione di iniziative culturali e di condivisione, sia all’interno dello studio sia con i webnauti interessati, realizzando video specifici pubblicati sia sul sito web di Studio Chiesa nella sezione workout (che idealmente vuole significare “palestra della mente”) sia su youtube nel canale ad essi dedicato.

Quali problematiche, ma anche opportunità, intravedi per chi come te decide di intraprendere un percorso professionale autonomo, curando in prima persona la progettazione e la realizzazione di eventi?
Le problematiche sono immani perché di fatto l’attività curatoriale non è tutelata, disciplinata, riconosciuta. Non esiste un ordine professionale che eserciti tutela e garantisca qualità. Ci si muove dunque in un mare magnum di professionisti e anche improvvisati, il più delle volte disposti alla gratuità della prestazione, andando a ledere la credibilità della professione stessa. Consiglierei di acquisire un bagaglio culturale il più possibile completo per conoscere esattamente ogni singola necessaria operatività, anche se magari non tutte sono curate direttamente. Mi spiego meglio: essere Art Curator non significa solo scrivere un testo critico, ideare il concept e l’immagine coordinata, presentare la mostra, ma pure individuare le strategie di comunicazione, di veicolazione della notizia, di ufficio stampa, di allestimento e apparati didascalici, di fund raising, ricerca sponsor e partnership, di rapporti con le istituzioni e col territorio, in un serrato ed efficace sistema in rete.

A fronte della tua esperienza come curatrice, quali opportunità esistono per chi come te è specializzato all’interno di questo settore?
Le opportunità sono poche ma ci sono e vanno sfruttate. Non ci sono soldi, dunque essere capaci di attrarre risorse e presentare progetti in un momento di crisi delle istituzioni come è l’attuale, può essere una carta vincente. Buone idee che possano autofinanziarsi in cerca di contenitori istituzionali e non che, a costo zero, le ospitino. Questa è senz’altro una strada percorribile.

Come utilizzi le nuove tecnologie nel tuo lavoro. Quali le potenzialità che intravedi a tale proposito?
Le nuove tecnologie sono fondamentali. I new media sono la realtà odierna. Strumenti quali la realtà aumentata, il QR, il virtuale, i social network sono passaggi ormai obbligati, purché soprattutto con questi ultimi si abbia un approccio cosciente e responsabile delle opportunità che offrono ma anche delle controindicazioni che possono comportare. L’efficacia della comunicazione sta nell’efficienza del mezzo e nella proprietà dei contenuti. La tecnologie non bastano da sole, necessitano sempre buone idee. Altrimenti si alimenta il nulla.

Quali sono secondo te le competenze su cui uno specializzando dovrebbe oggigiorno maggiormente investire per integrarsi professionalmente in un settore così ampio come quello dei Beni Storico-artistici?
La mia esperienza professionale si è costruita, e tuttora si costruisce, cercando sempre di crescere. Alimentando curiosità e interessi. Ho iniziato a scrivere d’arte dopo aver conosciuto le opere d’arte contemporanea restaurandole e cogliendone le peculiarità fisiche, prima ancora che estetiche. Il consiglio che posso dare, ispirandomi al mio percorso formativo, è di non accontentarsi mai, di credere in ciò che si fa e di non abbassare mai lo sguardo rispetto ai propri sogni. E poi, di viaggiare e confrontarsi con culture e approcci altri. Il viaggio, se non può essere fisico, può concretarsi attraverso la lettura, l’esplorazione sul web, il contatto con i professionisti, la frequentazione di corsi e workshop. Il nostro lavoro può essere un’avventura straordinariamente sfiancante e appagante. Bisogna essere rampanti nello spirito e acuti nello sguardo. Umili e tenaci allo stesso tempo.

La Scuola di specializzazione che hai frequentato, per sua vocazione, offre solide basi storiche, teoriche e metodologiche attraverso cui operare nel settore della tutela, della gestione e della valorizzazione del patrimonio storico-artistico. Come trasformare un percorso di studi e ricerca in un percorso professionale, in risposta alle esigenze del settore? Insomma, come coniugare teoria a pratica, quali difficoltà e quali opportunità?
Come dicevo prima, nel mio percorso ho sempre cercato di coniugare la teoria con la prassi, non temendo di svolgere anche ruoli non perfettamente calzanti e conformi agli studi fatti. Fare ad esempio servizio di vigilanza e divulgazione in un museo, mi ha insegnato a osservare il pubblico, a capire come fruisca del patrimonio e quanto efficace sia la comunicazione all’interno degli spazi, mi ha responsabilizzato nella tutela ed educato a rapportarmi con migliaia di soggetti diversi, che hanno culture, visioni e lingue differenti dalla mia. Ciò che vorrei dire è che qualsiasi esperienza, anche la più umile, può essere di arricchimento e crescita, dunque di non scartare mai un’opportunità lavorativa offerta dal nostro settore e di viverla come transito necessario verso il traguardo professionale che ognuno di noi si dà. E poi di leggere, leggere, leggere, continuare a studiare e ad approfondire, perchè se è vero che la Scuola di specializzazione offre solide basi, è necessario essere aggiornati sempre, e se possibile giocare d’anticipo sulle intuizioni e le novità, magari d’oltre confine.

Quali sono secondo te le competenze su cui uno specializzando dovrebbe oggigiorno maggiormente investire per integrarsi professionalmente in un settore così ampio come quello dei Beni Storico-artistici?
Dando per scontata la preparazione storico-artistica e la conoscenza di almeno due lingue straniere, sicuramente suggerirei di approfondire il settore informatico, le dinamiche del web e delle potenzialità insite, una buona padronanza del fund raising. Inviterei, anche se non dovrebbe essere necessario, a vedere mostre, musei, istituzioni che gestiscono eventi culturali: per farsi un ricco bagaglio visivo, sia in termini allestitivi, che di comunicazione, che di cultura generale.

Dopo la Scuola di specializzazione, hai continuato ad investire sulla tua formazione? Hai partecipato a corsi di aggiornamento? Hai avuto opportunità formative particolari ti sono servite nel tuo percorso professionale?
Certo. Compatibilmente con i tempi che sono sempre più risicati, cerco sempre di partecipare a corsi che possano essere complementari alle mie conoscenze, che possano stimolarmi ad avere una visione altra rispetto a quella consolidata, a mettermi in dialogo con problematiche differenti e a incontrare altri professionisti del settore con cui avere uno scambio di idee proficuo.

Su cosa stai lavorando in questo periodo? Progetti in cantiere? Idee? Traguardi?
Ora, con Studio Chiesa, stiamo lavorando ad un progetto innovativo denominato “Nutrimentum. L’Arte almenta l’uomo”, patrocinato da Milano Expo 2015, in collaborazione con Regione Lombardia e diversi atenei italiani, che vede la collaborazione e la condivisione visionaria dei saperi di scienziati e artisti, chiamati quest’ultimi a dare una risposta artistica ai grandi quesiti alimentari, ambientali, sociali, di quella che sarà l’alimentazione sostenibile del futuro.
L’attività di Art Curator rimane comunque a margine di quella presso il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, convinta che il ruolo delle Soprintendenze sia necessario per la tutela e la salvaguardia del patrimonio. La recente esperienza traumatica del terremoto mi ha rafforzato in tale convinzione, lavorando  al “SICaR – Sistema Informatico per la Documentazione e la Progettazione dei Cantieri di Restauro”, che comporta la catalogazione e l’archiviazione di tutti gli interventi sui beni mobili dannegiati dal sisma e allocati a Palazzo Ducale di Sassuolo.
In un certo senso vivo “sdoppiata” cercando di non tradire la mia anima idealista che crede nella mission dell’Amministrazione pubblica destinata alla tutela del patrimonio e quella sognatrice che cerca di realizzare progetti espositivi e culturali che ci facciano percepire l’arte come mezzo imprenscindibile di crescita qualitativa della società. Del resto l’arte, per citare Harold Rosenberg, “è un modo speciale di pensare”.

Redazione

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