Bologna città d’arte: intervista a Claudia Bianconi

Bologna città d’arte: intervista a Claudia Bianconi

di Redazione

Con questo contributo, s’inaugura una serie di interviste agli alumni della Scuola di specializzazione in Beni Storico-Artistici dell’Università di Bologna. Si inizia con Claudia Bianconi, diplomata nel 2011, con una tesi dal titolo “Sotto altra luce: il vetro tra architettura e arte”, con la supervisione della professoressa Antonella Huber, già docente di Storia dell’architettura contemporanea, ora Museologia del contemporaneo.
Le risposte di Claudia ci consentono di affrontare il tema del rapporto tra la città di Bologna e il suo patrimonio. Un patrimonio che non risiede soltanto nella ricchezza dei beni storico-artistici presenti in città, bensì nell’ampia rete relazioni intessute tra i giovani operatori del settore e il territorio, nell’ottica di acquisire competenze trasversali e flessibili, ma altamente specializzate.

Claudia, hai compiuto i tuoi studi interamente a Bologna, tra laurea triennale in DAMS e laurea magistrale in Storia dell’Arte, per poi arrivare a frequentare la Scuola di specializzazione in Beni Storico-Artistici. Che ruolo ha avuto il contesto culturale bolognese nel tuo percorso formativo?
Parlando agli altri del mio percorso accademico, come mi capita spesso, dichiaro con orgoglio di avere il pedigree dell’Alma Mater Studiorum. Mi ritengo molto soddisfatta della scelta fatta. Aver compiuto a Bologna la mia formazione accademica è stata, ed è tutt’ora, un’esperienza sempre nuova e altamente costruttiva. È una città ricca di stimoli, di offerte culturali e iniziative per giovani studiosi e per gli operatori culturali in genere. Inoltre, rispetto alle grandi città, certamente più dispersive, la dimensione di Bologna facilita la possibilità di stringere relazioni, e ciò permette di entrare facimente in contatto con realtà e progetti di ogni tipo.

Dopo la laurea magistrale, hai fatto esperienze di lavoro? Di cosa ti sei occupata prima di iscriverti alla Scuola di Specializzazione e cosa ti ha spinto a iscriverti?
Appena coseguita la laurea specialistica nel 2008, ho trovato lavoro in una società di compravendita di opere d’arte di Bologna. Mi occupavo di ricerca, redazione di testi critici, catalogazione digitale e cartacea di collezioni private, gestivo i rapporti con fondazioni, gallerie, case d’asta e clienti e molto altro ancora. La società era composta da poche persone e la mia era una figura jolly, cercavo di portare avanti più impegni e di formarmi al meglio per acquisire professionalità su più fronti legati all’art brokerage. Purtroppo in quegli anni è scoppiata la crisi economica, e la società, come tutte le piccole realtà, ne è stata investita in pieno. Per questa ragione decisi di iscrivermi alla Scuola di Specializzazione: continuare la mia formazione e diventare ufficialmente storico dell’arte, in previsione di tornare in seguito a lavorare in un contesto analogo a quello in cui avevo già operato. Durante gli anni di frequenza della Scuola inoltre ho continuato a collaborare con la titolare della società, a cui sono davvero molto grata. Mi ha insegnato tantissimo e mi ha fatto appassionare a un settore che non avevo mai preso in considerazione per il mio futuro lavorativo.

Come previsto dal piano di studi, nei due anni di Specializzazione hai svolto esperienze di stage e tirocinio presso enti e istituzioni nel settore dei beni storico-artistici? Come sono andate queste esperienze? Che funzione hanno avuto nel tuo percorso di formazione?
Sì, ho svolto nell’arco di sei mesi un tirocinio di 300 ore presso il Dipartimento educativo del MAMbo, in quanto desideravo avvicinarmi al campo dell’educazione museale, un ambito che non avevo affrontato né nel mio percorso di studi, né durante le mie precedenti esperienze lavorative. L’esperienza è andata molto bene e mi ha permesso di imparare a vedere la storia dell’arte sotto nuovi punti di vista, tra cui quello dei bambini. Ho inoltre acquisito nuove metodologie per comunicare al pubblico le mie conoscenze sull’arte, così da spendere al meglio le competenze acquisite dopo tanti anni di studio.

Questa esperienza nel settore dell’educazione museale è terminata con il tirocinio o si sono aperte nuove strade?
No, non è terminata con il tirocinio. Parallelamente ad altri progetti lavorativi che porto avanti, da un anno collaboro con il Dipartimento educativo del MAMbo e lavoro per il percorso Genus Bononiae-Musei nella città. Conduco visite guidate in italiano e in lingua straniera, visite animate e laboratori per adulti e scuole. Certamente l’esperienza altamente formativa maturata nel periodo di tirocinio al MAMbo ha portato i suoi frutti.

A fronte della tua esperienza come educatore museale, quali opportunità esistono per gli specializzandi all’interno di questo settore?
Le opportunità sono molte. Dalla mia esperienza posso dire che si tratta di una richiesta sempre in crescita. So anche che molti miei ex colleghi della Specializzazione lavorano come educatori museali in altre realtà italiane. Pur ricevendo una formazione orientata allo studio e alla ricerca, per gli studenti della Scuola il settore dell’educazione museale è certamente una strada da prendere in considerazione e provare a percorrere.
Per quel che mi riguarda, non so se questo lavoro sarà per me una strada su cui continuare a investire e studiare per formarmi, o se invece rappresenta solo una fase di passaggio. Per il momento mi piace e sono felice di dedicare parte della mia giornata al contatto con le scuole o con i gruppi che vengono a visitare i musei di Bologna in cui lavoro.

Sull’importanza dell’aspetto educativo, hai ragione. Infatti, dallo scorso anno, all’interno del piano di studio della Scuola è stato inserito proprio l’insegnamento di Educazione museale, che si integra con la Museologia, la Comunicazione museale, la Critica d’arte, nell’intento di offrire competenze trasversali e adatte all’attuale contesto professionale. A tale proposito, quali sono secondo te le competenze su cui uno specializzando dovrebbe oggigiorno maggiormente investire per integrarsi professionalmente in un settore così ampio come quello dei beni storico-artistici?
Penso prima di tutto che occorra acquisire una visione ampia di quali siano le reali esigenze del settore, e allo stesso tempo farsi un’idea ben precisa dei diversi profili professionali richiesti. In questa maniera è più facile capire quale settore può essere più adatto alle proprie attitudini. Personalmente, porto avanti attività lavorative su più fronti, anche esterne ai beni storico-artistici, perché talvolta queste diverse realtà riescono a fondersi in nuovi progetti, e c’è bisogno di competenze trasversali.
In secondo luogo, è fondamentale approfondire lo studio delle lingue, l’inglese in primis; ma questo vale per qualsiasi ambito lavorativo.
Inoltre, una competenza sicuramente da acquisire, soprattutto per chi come me ha una formazione prettamente umanistica, è il management dell’arte. Esistono numerosi aspetti legati all’economia e alla gestione dell’arte che chi ha una formazione di storico dell’arte spesso conosce poco, e che sarebbe opportuno approfondire.

In riferimento a ciò a cui hai appena accennato, bisogna riconoscere che la Scuola, a partire da qualche anno, ha iniziato a dare sempre maggiore rilievo all’insegnamento di Gestione dei Beni Storico-Artistici. La vocazione della Specializzazione risiede proprio nel fornire solide basi storiche, teoriche e metodologiche per operare nel settore dello studio e della tutela, ma anche della gestione e della valorizzazione del patrimonio storico-artistico.
A tuo avviso, come è possibile trasformare un percorso di studi e ricerca in un percorso professionale, in risposta alle esigenze del settore? Insomma, come coniugare teoria a pratica, quali difficoltà e quali opportunità?
Bella domanda! Forse non sono in grado di poter rispondere adeguatamente. Mi sento ancora una figura “junior” in questo settore e non ho un’esperienza così consolidata per poter tirare le somme, né tanto meno esprimere giudizi. Sicuramente, visti i tempi che corrono, trasformare immediatamente il percorso di studi in un percorso professionale è un lusso che in pochi possono permettersi. Come è successo a me, bisogna sapersi adeguare alle richieste, e sviluppare competenze trasversali. Ad esempio, pur non avendo una laurea in lingue, l’aver approfondito la conoscenza dell’inglese mi ha portato a lavorare facendo molte traduzioni e sottotitolaggio per film e documentari. Inoltre, da anni curo l’ufficio stampa per una società di post-produzione cinematografica di Bologna pur non avendo una laurea in comunicazione o in storia del cinema. Ostinarsi a voler intraprendere una sola strada talvolta è rischioso, meglio tenere aperte più opportunità, senza mai smettere di approfondire e specializzarsi.

Dopo la Scuola di specializzazione, hai continuato ad investire sulla tua formazione? Hai partecipato a corsi di aggiornamento? Hai avuto opportunità formative particolari ti sono servite nel tuo percorso professionale?
A distanza di un anno dal diploma di specializzazione ho fatto un test di ammissione a un master full time molto prestigioso in Economia e Management dell’arte e dei beni culturali perché, come ho già accennato, ritengo sia un ambito indispensabile per la nostra formazione. L’ammissione c’è stata ma senza borsa di studio, e purtroppo il costo del master era davvero inaccessibile. Ho preferito dunque continuare a svolgere il mio lavoro, almeno per quest’anno. Mi piace molto studiare e sicuramente è nelle mie intenzioni tenermi sempre aggiornata. Non escludo che prossimamente tenterò nuovamente di frequentare un master in questo settore.

Su cosa stai lavorando in questo periodo? Progetti in cantiere? Idee? Traguardi?
Attualmente ho tra le mani un progetto per un catalogo di un artista di fine Ottocento. Il lavoro come traduttrice mi impegna molto; sto traducendo un libro (non d’arte) dall’inglese all’italiano per un’importante casa editrice straniera. Sto curando l’ufficio stampa di un cortometraggio che ha appena partecipato alla 63° edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino e che parteciperà al Toronto Film Festival. Sono tutor di alcuni ragazzi americani che frequentano un corso di storia dell’arte presso il nostro dipartimento e continuo a svolgere la mia attività di educatrice museale. Ammetto che le mie giornate sono sempre piene.
Un’idea che coltivo da diverso tempo è trascorrere un periodo all’estero, lavorando in qualche museo, fondazione o casa d’asta. Non sono dell’idea di abbandonare l’Italia per cercare fortuna altrove, data la situazione qui da noi così complessa. Però, penso che vivere e lavorare in un altro contesto culturale e sociale, anche per un breve periodo, e comprendere come funzionano le cose altrove, possa servire a dare il proprio contributo in maniera più consapevole per lo sviluppo del nostro Paese, in questo momento di stallo, anche sul fronte culturale.
C’è infine un traguardo che vorrei raggiungere, ma aspetto a pronunciarmi: ci sono alcuni desideri vanno coltivati intimamente.

Redazione

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