Il potere dell’immagine

Il potere dell’immagine

di Giulia Iseppi

Questa storia farà capire da dove partire ma deve anche aprire a inedite visioni su dove arrivare.

Leggere Giovanna Vitale significa esplorare i più grandi musei del mondo, dal Met di New York al Nemo di Amsterdam, con una nuova, più incisiva e decisamente efficace lente d’ingrandimento. Significa ritornare alla capacità di osservazione come fattore professionalizzante da inserire nel curriculum di chi gestisce un museo. Significa, infine, seguirla passo dopo passo nell’elaborazione di un metodo di comunicazione vincente che agisce con un nuovo, unico, obbiettivo: dare potere all’immagine.

La questione indagata dalla Vitale, visual designer e fotografa, è di stringente attualità: capire come il museo va incontro visivamente al grande pubblico. L’esigenza comunicativa è il collante che tiene insieme la memoria storica del museo e la trasformazione degli orizzonti culturali in senso sempre più tecnologico, ma è sotto gli occhi di tutti il contrasto fra il boom dei musei negli ultimi trent’anni e la loro esistenza minacciata dai moderni problemi di fruizione. Il nodo critico, per nulla scontato e ancora poco affrontato, è l’attuale mancanza di una politica di immagine coerente e globale, che ha trasformato il museo in una realtà “invisibile”, la mancanza di un’identità di senso che l’ha reso un contenitore architettonico senz’anima. Di qui la svolta metodologica, che vuole rendere immediatamente “visibile” la proposta dell’istituzione, il taglio tematico e l’indirizzo di stile con i quali il pubblico possa istaurare un confronto coinvolgente e, quindi, durevole.

Lo strumento è il visual design, la disciplina figlia del nuovo millennio che ha la possibilità di unire progettazione grafica, architettura, allestimento e strumenti digitali creando un unico grande “alone comunicativo” attorno al museo. “La grafica, le operazioni e le azioni che coinvolgono l’estetica, attraverso i molteplici canali, trasferiscono negli occhi e nella mente degli utenti i contenuti del museo. Se i modi, le funzionalità, l’estetica del porgere sono buoni, il risultato sarà un’immagine positiva che si forma, cresce e si consolida a ogni contatto”.

Interessante il percorso attraverso il quale il libro convince a considerare il designer come parte integrante del “gruppo di attori”, i progettisti, che danno vita alla messa in scena del museo, e a pensare una nuova realtà dove il cambiamento trasforma prima di tutto i visitatori. Solo se l’obbiettivo diventa la persona e non l’oggetto essi si sentiranno non tanto viaggiatori effimeri ma proprietari responsabili, potranno sentirsi coinvolti, appagati e emotivamente legati al luogo del museo.

Perché raccontare il museo come un libro che si dispiega davanti agli occhi dello spettatore in ogni particolare, che crei empatia, è l’unico modo che consente di agganciare il pubblico. E l’unico modo di comunicare il museo, in quanto collettore di memorie, è sottrarlo al consumismo dilagante del nostro tempo e farlo diventare da luogo effimero a luogo da pausa di riflessione, da flusso veloce a punto fermo.

La prospettiva risulta, com’è inevitabile, fortemente personalizzata: è l’obbiettivo fotografico dell’autrice a catturare i momenti cruciali della visita al museo, e a svelare l’importanza di ogni tipo di immagine prodotta, dal percorso espositivo alla segnaletica di servizio, dal volantino allo striscione al sito web, nel trasmettere un funzionamento efficace o fallimentare del museo, con conseguente giudizio del pubblico.

Ecco allora il dispiegarsi di un’ampia documentazione visiva (introdotta nel libro e completata nel cd) con suggerimenti pratici per costruire gli “artefatti comunicativi”. Tangibile è la curiosità con cui l’autrice ci fa addentrare all’interno dei musei più noti e ci mette sotto gli occhi le immagini poste all’ingresso, alla cassa per ritirare il ticket, quando si cercano i servizi o quando si consulta una cartina. A confronto vanno il Guggenheim e la Galleria Borghese, Il Metropolitan e il Museo Nazionale di Tokio, il Beaubourg e il Musee D’Orsay. Alcuni casi sono squisitamente italiani: l’allestimento della mostra la “Domenica del Corriere” insegna a legare in un percorso manufatti, illustrazioni e ambientazioni di natura completamente diversa, lontano dalle tradizionali opere d’arte.

La parola d’ordine è semplicità: incredibile come un folder poco curato possa già provocare distacco nel visitatore che si appresta a entrare nel museo, come una didascalia poco leggibile o mal collocata allontani lo spettatore dall’opera d’arte, per non parlare dei pittogrammi fuorvianti nella segnaletica dei servizi o di bookshop arredati con confusione.

Il museo visibile, edito da Lupetti Editore, è un vero e proprio manuale, uno strumento concreto di formazione che pone soluzioni sperimentabili in ogni realtà museale proprio perché rinuncia a rigide classificazioni e prende in considerazione l’infinita varietà di collezioni materiali e immateriali, “fenomeni culturali che vanno al di là della museologia”. E’ un analisi che si arricchisce di diversi strumenti linguistici per essere sempre più chiara nei suoi intenti, dal riassunto in punti chiave alle mappe concettuali, che ci fanno rendere conto fin dall’inizio quanto la grafica (non è questo lo scopo del libro?) aiuti a comunicare.

Irrinunciabile lettura per chi si approccia al mestiere del visual designer ma anche per tutti gli operatori museali che, con un buon esame di coscienza, acquistino padronanza di quei mezzi più che mai necessari per far rivivere tante, troppe istituzioni italiane la cui sopravvivenza è lasciata nelle mani delle opere d’arte che esso contiene, ma a cui non viene dato modo di parlare.

Giovanna Vitale, Il museo visibile. Visual design, museo e comunicazione, Lupetti Editore, Milano 2010, pp. 269, all’interno cd multimediale, € 24,00

 

Giulia Iseppi

Giulia Iseppi

Maturità classica, laurea in Lettere Moderne e Specializzazione in Storia dell'Arte. Iscritta alla Scuola di specializzazione in Beni storico-artistici.

Giulia Iseppi ha scritto articoli per ArtShape.