Il museo: una “machine à voir” dove le opere parlano

Il museo: una “machine à voir” dove le opere parlano

di Gioia Boattini

Le opere d’arte sono segni, oggetti comunicativi che, in quanto tali, vanno fatti parlare. Questo è il ruolo di cui devono farsi carico i musei, configurandosi non solo come passivi contenitori – luoghi deputati alla semplice conservazione ed esposizione delle opere –, ma come attivatori e veicolatori del messaggio di cui gli oggetti che espongono sono portatori.

Queste sono le premesse da cui parte Comunicare nel museo, il libro di Francesco Antinucci che, attraverso un’analisi di questi istituti dal punto di vista comunicativo, si pone l’obiettivo di colmare l’“ampia lacuna” che si è venuta a creare tra il museo e le nuove forme di comunicazione che – e qui si trova il paradosso sottolineato dall’autore – , favorite dallo sviluppo di tecnologie sempre più sofisticate, offrirebbero potenzialmente un efficace strumento di supporto alla funzione primaria del museo: comunicare. Alla base di ogni opera d’arte, infatti, vi è sempre un’intenzione comunicativa, che riesce a realizzarsi solo se è in grado di raggiungere i suoi destinatari. È a questo punto che dovrebbero entrare in gioco i musei, non solo rendendo fruibili e quindi accessibili le “opere-segni”, ma anche creando, o meglio, ri-creando attorno a esse un “contesto” e predisponendo un “codice” che le renda decifrabili e, perciò, comunicanti. Applicando la teoria della comunicazione alle opere d’arte, metodo insolito per gli addetti del settore ma non per il suo autore, psicologo cognitivo, il libro cerca di dimostrare come il museo debba rispettare e, anzi, attivare la natura segnica di tali manufatti, la vera caratteristica che li differenzia dai semplici “oggetti d’uso”.

Ripercorrendo l’evoluzione del museo – istituzione “pesante” all’interno della quale tutto ciò che si configura come nuovo diventa sempre foriero di polemiche – , Antinucci intende dimostrare come la concezione settecentesca, tassonomica ed enciclopedica, sia rimasta tutt’ora alla base dell’ordinamento della maggior parte dei musei che, strutturandosi secondo il criterio “scuole-cronologia”, si configurano come delle enormi enciclopedie che, analogamente all’opera letteraria, vengono “consultati” ma non “letti”. Prima di poter proporre soluzioni di tipo “tecnico”, è quindi necessario scardinare l’impianto teorico-ideologico su cui si fondano questi istituti, modificando la concezione che ne sta alla base: dal “museo enciclopedia”, un semplice “deposito, un magazzino di pezzi” in cui gli oggetti si affollano, giustapponendosi, si deve passare al “museo manuale”, strumento dalla forma “discorsiva, connessa” che comunica e crea relazioni e che perciò si rivela adatto anche a un pubblico di non esperti.

Requisito imprescindibile del “museo manuale” voluto da Antinucci è quello di consentire una chiara lettura dell’opera, condizione effettuabile solo se la sua dimensione materiale, ovvero quella immediatamente percepibile visivamente, è riportata il più vicino possibile al suo stato originale. È in quest’ottica che l’autore teorizza l’“obbligatorietà della restituzione” che, superando il “feticismo della materia” proprio di quelle posizioni definite “prudenti”, “conservatrici” o “non interventiste”, è essenzialmente volta a rendere leggibile l’opera nella sua correttezza, recuperando così il suo significato, vale a dire il “luogo dove veramente si situano unicità e originalità”. La restituzione può avvenire o intervenendo direttamente sull’originale o su un suo simulacro, avvalendosi, in questo secondo caso, di riproduzioni, ricostruzioni e di tutta la vasta gamma di possibilità offerte dalle nuove tecnologie basate sul computer, prima fra tutte la realtà virtuale. Questa posizione, seppur coerente con la visione dell’opera d’arte in quanto segno, sembra però dimenticarsi del fatto che essa nasce prima di tutto come manufatto, come oggetto dotato di una propria materialità che va sempre considerata e rispettata. È giusto porre attenzione alla leggibilità delle opere ma è altresì necessario evitare che le varie “restituzioni” finiscano per diventare dei veri e propri rifacimenti che, in quanto tali, sono sempre e comunque arbitrari.

Ripristinare le condizioni per una corretta lettura dell’opera, secondo Antinucci significa anche restituire ad essa lo spazio che il suo autore aveva originariamente previsto, concedendo perciò ad ognuno dei pezzi esposti il giusto respiro e facendo in modo di evitare quelle sale sovraffollate in cui i vari manufatti si “disturbano” tra loro. Dopo essere stata letta nel modo esatto, l’opera-segno necessita anche di essere compresa. Gli strumenti abitualmente adottati dai musei a questo scopo – cartellini, pannelli, guide – implicano l’utilizzo della forma linguistica, una modalità cognitiva diversa da quella che agisce durante la percezione dell’opera e che finisce inevitabilmente per “interferire” con essa, diventando la causa della disattenzione e della stanchezza che la maggior parte dei visitatori inizia ad avvertire dopo poco che passa con lo sguardo dal manufatto alla sua spiegazione scritta. Utilizzando invece dei mezzi visivi che traducano l’opera servendosi del suo stesso linguaggio, l’autore spiega come si potrebbe ovviare al problema: attraverso schermi collegati a lettori DVD, apparecchiature relativamente economiche, semplici e per cui “gestione e manutenzione sono ridotti al minimo”, si potrebbero mostrare delle brevi sequenze filmiche che, attraverso analogie e confronti, raccontano una storia per immagini che, visivamente, aiuta a comprendere il significato dell’opera.

Il libro è corredato da un DVD che, mostrando alcuni esempi concreti, illustra visivamente come dovrebbe essere il “nuovo museo” immaginato da Antinucci: un luogo di relazioni dove, similmente alla “machine à voir” di ragghiantiana memoria, tutto è volto a far parlare le opere.

Francesco Antinucci, Comunicare nel museo, Roma-Bari, Laterza, 2004, pp. XI–167, + DVD, € 24,00.

Gioia Boattini

Gioia Boattini

Studentessa della Scuola di Specializzazione in Beni Storico-Artistici dell'Università di Bologna

Gioia Boattini ha scritto articoli per ArtShape.