Dalla relazione al giacimento petrolifero: cronaca del fallimento della valorizzazione

Dalla relazione al giacimento petrolifero: cronaca del fallimento della valorizzazione

di Chiara Cassinelli

Il libro di Patrizia Dragoni narra, con taglio storico, partendo dagli anni Trenta del Novecento fino ad arrivare al 2008, l’evoluzione del dibattito italiano intorno al tema della valorizzazione museale. Il pregio del saggio, che si apre con un’introduzione di Andrea Emiliani, è senza dubbio la grande quantità, e qualità, delle citazioni d’autore e un supporto bibliografico molto completo; la storia si snoda nella ricerca costante di un approccio che porti l’utente e il fruitore museale a vivere un’esperienza emozionale e culturale in grado di lasciare una traccia indelebile nel suo percorso personale.

Il dibattito si apre essenzialmente con una meditazione di tipo intellettuale, è chiaro come la prima domanda che tutti gli attori coinvolti nel dibattito, intellettuali, storici dell’arte, direttori di musei e ministri, si siano posti sia quella di quale ruolo sociale possa avere il museo e come questo debba essere raggiunto. Molti i punti in comune che si ritrovano in questa storia breve della valorizzazione: dalla cronica mancanza di fondi, già per la tutela e la conservazione, alla formazione adeguata del personale, dalla necessità di coinvolgere le scuole, al dovere etico, morale, didattico, ma soprattutto culturale, di coinvolgere tutti gli strati della popolazione, partendo dai bambini fino ad arrivare ai pensionati, passando anche per una meditazione sul ruolo delle mostre temporanee, da sempre più frequentate dei singoli musei e su che cosa da queste si possa imparare dal punto di vista museografico, che portò il grande Roberto Longhi ad esclamare “Le esposizioni? Ma le esposizioni siamo noi!

Dragoni evidenzia come il dibattito intellettuale si sia raramente tradotto in vera e propria azione, e quale sia lo scollamento con la realtà istituzionale e giuridica: un ampio spazio è lasciato all’analisi di alcune personalità come il ministro Bottai che mentre stilava la prima legge di tutela del patrimonio e richiamava il museo al suo ruolo propulsore di diffusione di “un interesse artistico collettivo”, contrapponendosi all’idea di un’estetica crociana e paternalistica, cacciava però Ettore Modigliani da Brera e ne chiudeva in parte le sale, o come quella di Fernanda Wittgens che negli anni 50, in linea con il primo rapporto ufficiale sulla ricostruzione post bellica dei musei, apriva i corsi di storia dell’arte a studenti delle scuole di specializzazione, agli operai e ai bambini, mentre la legislazione italiana nominava una commissione per la tutela per poi dichiararla decaduta nel giro di un anno per uno dei tanti scioglimenti delle Camere che costellano la storia italiana.

Anche la commissione Franceschini, che pure ha enormi meriti, come quella dell’apertura nei confronti della tutela del paesaggio e dell’ampia definizione di bene culturale e la messa in evidenza del ruolo fondante e inscindibile di arte e libertà indispensabili per il destino dell’umanità cioè di una “educazione intesa come fatto sociale e plurimo […] affinché accrescano i popoli a dignità”, e un rimprovero, ancora oggi attuale, ai restauri di capolavori acclamati a scapito del patrimonio diffuso, rimane però inerme dal punto di vista pratico, limitandosi a chiedere un’autonomia di gestione di fatto non ottenuta.

Le entusiasmanti contestazioni degli anni Settanta, che pur partono dalla volontà di distruzione del museo come luogo di conservazione della classe dirigente e di ghetto elitario, lasciano un segno indelebile: è in questo momento che si pone il vero e proprio passaggio, la cesura, proposta anche dal ministro Urbani, e che non avrà seguito, di una conservazione preventiva e programmatica che si concentri sul bene e soprattutto sull’ambiente che lo contiene, e che si lasci alle spalle una concezione di patrimonio artistico da contemplare e non da studiare, in un passaggio da estetica a scienza che coinvolga le più diverse discipline. Come negli anni 50, sono le singole personalità a fare la differenza, e la parte del leone la fa Franco Russoli e il celeberrimo processo al museo di Brera: il museo non più come “tempo libero” ma come “tempo impegnato”. Gli anni Ottanta, ricchi di fondi, spengono l’entusiasmo intellettuale portando alla svilente definizione, ancora oggi in voga, di bene culturale come giacimento petrolifero nazionale ma nel frattempo si inizia a prestare attenzione ai piccoli musei locali, che negli anni Novanta accentrano il dibattito chiedendo l’accorpamento delle più disparate realtà territoriali e facendo penetrare risorse economiche ed umane spesso non professionalizzate, dai privati alle fondazioni, passando per i consorzi e le associazioni di volontari, a cui la legislazione non riesce a dare un ruolo preciso e definito nel marasma della suddivisione di competenze tra Stato ed enti locali. Questa lacuna ha portato a quella che Paolucci ha definito la seduzione dalla “stolta superstizione del manager” che ha avuto come risultato la perdita di una concezione unitaria del patrimonio “non giustificato da altro che da un’opportunità pubblicitaria”, figlia di un’idea esclusivamente economica della cultura che ha perso contatto con la dimensione didattica, sociale ed educativa. Il nuovo millennio non si è aperto con sostanziale miglioramento, concentrandosi piuttosto sul ruolo delle banche e sulla necessità di un bilancio attivo per i musei, cui si è unita la mancanza da parte del mondo della cultura di una riflessione criticamente ed eticamente severa sul ruolo sociale del mondo dell’arte. L’unica via che sembra rimanere oggi aperta riguarda piuttosto la ricerca di parametri certi e verificabili che possano disciplinare in modo efficace ed efficiente il funzionamento e, di conseguenza i fondi, adibiti ai musei, portando alla ferma condanna della proposta dell’inserimento del super manager Mario Resca alla direzione del ministero dei beni culturali.

Patrizia Dragoni, Processo al museo. Sessant’anni di dibattito sulla valorizzazione museale in Italia, Firenze 2010, Edifir, pp.184, € 16.00

Chiara Cassinelli

Chiara Cassinelli

Laureata presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano in Storia dell'Arte e Archeologia, studente del primo anno della scuola di specializzazione in beni storico artistici all'Università di Bologna

Chiara Cassinelli ha scritto articoli per ArtShape.