Creatività site-specific: la dimensione fluida del Palais de Tokyo

Creatività site-specific: la dimensione fluida del Palais de Tokyo

di Pasquale Fameli

Le diverse modalità attraverso cui la ricerca artistica contemporanea si manifesta richiedono spesso luoghi dedicati e adatti alla loro messa in pratica. Ciò non significa andare alla continua ricerca di nuovi spazi, spesso impropri, che rischiano peraltro di circoscriverla e ghettizzarla. Occorre che proprio gli spazi istituzionali, e in particolare quelli museali, ridefiniscano la propria identità e consegnino i propri ambienti a una più proficua versatilità. Il museo contemporaneo non può limitarsi alla sola conservazione: il suo orientamento nei confronti di una produzione ancora in fieri lo indirizza verso una certa attenzione al work in progress, e dunque anche a ridefinire i propri spazi come effettivi laboratori artistici. Il paradigma per antonomasia di questa nuova condizione del museo è senza dubbio il parigino Palais de Tokyo, definito, proprio per questo motivo, un “museo senza collezione”. Inaugurato nel gennaio 2002, questo “sito di creazione contemporanea” ha richiesto tre anni di cantiere architettonico (dal 1999 al 2001) diretto da Anne Lacaton e Jean-Philippe Vassal. La curatela delle attività museali è stata invece affidata, fino al 2006, a Jérôme Sans e Nicholas Bourriaud, quest’ultimo noto per la sua Esthétique relationnelle, in perfetta sintonia con la concezione fluida e intersoggettiva che caratterizza il Palais, o quantomeno la sua ala occidentale, dato che l’ala orientale dell’edificio, proprietà del Comune di Parigi, ospita il Musée d’Art Moderne de la ville de Paris già dal 1961.

La giovane ricercatrice milanese Paola Nicolin (1976) ha voluto offrire un agile strumento introduttivo a questa particolare realtà ricostruendone la storia e le dinamiche, a partire dagli ultimi anni Trenta, e giungendo alle più recenti esperienze. Attraverso un attento spoglio della rivista «Mouseion» (primo periodico di museografia, attivo dal 1927) la Nicolin mette in luce le diverse e divergenti posizioni critiche di intellettuali quali Henri Focillon, il quale propone di interpretare gli spazi museali come milieux vivants, come “palestre” della creazione artistica per stimolare anche una riflessione sul senso civico del luogo, oppure André Malraux, che con il suo Musée imaginaire considera il museo come forma di pensiero che influenza e modifica il fare arte. Fissando e chiarificando i principali snodi teorici relativi al concetto di museo e alla loro evidente pertinenza con la dimensione del Palais, l’autrice passa ad esaminare alcuni recenti casi di artisti contemporanei che hanno utilizzato il museo come officina creativa.

Un caso tra i più noti è certamente quello dell’inglese Liam Gillick (1964), che nei primi mesi del 2005 realizza ambienti modulari di sapore minimalista e paesaggi astratti dai contorni frastagliati che rispecchiano la piattezza e la schematicità delle strutture poligonali della computer grafica, tutti posti in relazione a testi, domande e discorsi, in un dialogico rimpallo di modalità concettuali che vanno dalla pesantezza del materiale industriale alla leggerezza noetica della parola scritta. Un altro interessante caso analizzato dalla studiosa milanese è quello dello svizzero Thomas Hirschhorn (1957) che si rifà al concetto foucaultiano di eterotopia, di uno spazio che interconnette altri spazi, organizzando un allestimento espositivo effimero della durata di sole ventiquattro ore, con tanto di salotto aperto al pubblico, attività didattiche, workshop, interventi, video e altri documenti incentrati sulla figura di Michel Foucault. In questo modo, l’artista svizzero intende porre in cortocircuito le convenzionali logiche di fruizione museale con l’estrema limitatezza di tempo offerta.

La fluidità e la capacità di un continuo ricambio offrono così spunti di riflessione sull’idea di “riallestimento”, una comune dinamica museale che, in questo caso, viene riconsiderata e portata alle sue estreme conseguenze, nell’intenzione di instaurare con la ricerca artistica contemporanea una comunanza di approcci operativi: il Palais de Tokyo attua, infatti, una strategia museale orientata all’effimero e al mutevole anziché al duraturo e allo stabile, e rifiuta l’idea tradizionale di opera in favore di un’opera “aperta”, per dirla con Umberto Eco, in cui i molteplici e imprevedibili aspetti dell’esperienza vissuta si intrecciano e influenzano i processi di creazione mantenendoli attivi e mai conclusi. L’autrice intende, infatti, «lo strano caso del Palais de Tokyo come unicum di arte e architettura, di arte e vita, di rappresentazione delle pratiche quotidiane e traduzione della galleria come scatola degli attrezzi, declina in un’altra scala il problema del museo come struttura di pensiero dove lo stile dell’arte è lo stile della vita, dove la perdita di scala di valori non è data dalla decontestualizzazione spazio-temporale, ma dal comportamento intersoggettivo, che s’instaura tra contesto, opera e spettatore».

Paola Nicolin, Palais de Tokyo. Sito di creazione contemporanea, Postmedia Books, Milano, 2006, 96 pp. e ill., € 15,00.

Pasquale Fameli

Pasquale Fameli

Specializzando in beni storico-artistici presso l’Università di Bologna, collabora con il corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea e cura una rubrica sulla sperimentazione sonora per la rivista culturale The Art Ship

Pasquale Fameli ha scritto articoli per ArtShape.