A tu per tu con Eugenio Riccomini

A tu per tu con Eugenio Riccomini

di Lucia Bonora

Eugenio Riccomini può definirsi uno storico dell’arte a carattere enciclopedico . Laureato in Lettere moderne a Bologna nel 1958, ha studiato con Stefano Bottari e Carlo Volpe e si è specializzato presso l’archivio di Stato di Parma in paleografia, archivistica e diplomatica. Intrattiene rapporti con diverse personalità del mondo dell’arte, quali antiquari, storici, studiosi e artisti. Fu professore presso le università di Messina e la statale di Milano, direttore dei Musei Civici di Arte Antica di Bologna e assessore alla cultura oltre che due volte vicesindaco della città.
La sua carriera è improntata alla divulgazione e al recupero delle opere d’arte soggette al degrado, oltre che alla redazione di numerosissimi testi riguardanti la storia dell’arte perlopiù emiliana.
Riccomini ha inoltre dedicato la sua carriera alla organizzazione di eventi, conferenze e mostre, tra le quali la grande mostra monografica dedicata nel 2006 ad Annibale Carracci esposta a Roma e Bologna.
La città di Bologna gli ha conferito l’Archiginnasio d’oro nel 2001.

Qual è la visione del museo oggi e cosa deve comunicare?
Il museo si può definire al giorno d’oggi un’oasi in mezzo al deserto. E’ un luogo dove si va sapendo che non c’è nessuno. Dove si vuole stare tranquilli in un luogo decorato e bello.

In realtà ha due funzioni: la conservazione, dove l’opera ha la garanzia di essere sorvegliata. Almeno altrove, in Italia meno. La seconda è l’apprendimento, per questo le pinacoteche le hanno fatte nascere accanto alle accademie. Si presumeva che gli allievi vi entrassero per copiare e imparare. La copia è gran parte dell’apprendimento e molti oggi rifiutano questa idea. Questa tradizione risale alle Grotte di Lescaux dove gli antenati dipingevano ciò che vedevano, leoni, alci ecc

Lei ha affermato in un’intervista che per occuparsi di storia dell’arte, bisogna saperla fare l’arte. Perchè secondo Lei?
Io ho avuto un’educazione diversa dai colleghi. Ho iniziato andando a scuola di disegno e per anni ho disegnato e copiavo. Sono arrivato alla storia dell’arte copiando.
Bisogna percorrere per un tratto lo stesso cammino che hanno percorso i grandi pittori del passato se vuoi riuscire ad apprezzare la loro grandezza. Questa idea della destrezza, della bravura e della professionalità è una cosa che le avanguardie hanno interrotto. Anche Picasso ha fatto la stessa cosa, come Duchamp e gran parte dell’arte del novecento.
Dall’antica Grecia fino a Canova è continuata questa idea di professionalità. La nostra vita è cambiata, non andiamo più al pozzo col secchio, abbiamo il rubinetto, la lampadina, tutto è cambiato e pure l’arte è cambiata completamente. Capire la grandezza di Giotto o Pisanello per noi è difficile perchè abbiamo il baratro della modernità. Oggi chiunque abbia i soldi è in grado di raggiungere ogni luogo. É normale che sia cambiata l’arte e il pensiero sull’arte.
Se tu consideri l’arte come l’attività del chirurgo, come qualcosa di molto specializzato, cioè chi sa fare cose che agli altri sono interdette per incapacità, se tu consideri questo puoi avvicinarti alla pittura antica. Molti dimenticano che la stragrande maggioranza dei dipinti non è moderna ma è antica. Oggi se ne fanno molti meno rispetto al ‘500-‘600.
Viviamo, nonostante le avanguardie tentino di abolire la figurazione o di deformarla, in una realtà nella quale si ha la figuratività tramite la macchina fotografica, il cinema,la televisione e il cellulare che fa le foto. Siamo circondati da figure, pensa ai cartelli posizionati per la strada che pubblicizzano abiti, scarpe, telefonini ecc.
Tutto è reclamizzato tramite le figure.

L’arte è considerata un talento?
Un triangolo o un rettangolo di Mondrian, mi commuovono poco. E secondo me non è difficilissimo farli. Il talento però si acquisisce, a forza di scrivere, si impara a scrivere.

Ma un quadro di Michelangelo non riuscirò mai a farlo, nonostante l’impegno…
Sì, ma un quadro di Michelangelo riusciresti a farlo se ti fossi allenata a disegnare ogni giorno, come ti sei allenata a scrivere per imparare a farlo. Se tu l’avessi fatto, oggi sapresti farlo.
A 6 anni andiamo a scuola per imparare e leggere, scrivere e far di conto e non smettiamo mai perchè facciamo temi e alla maturità scriviamo un saggio. Devi sapere scrivere e conoscere la grammatica e i concetti e questo lo raggiungi perchè hai alle spalle un periodo che va dai 6 anni ai 18 in cui tu tutti i giorni hai scritto. Scrivi sempre ma non disegni mai.

Sì va bene , ma Dante ad esempio ha scritto la Divina Commedia, cosa che io non riuscirò mai a fare.
Hai provato a scriverla? Può darsi che tu riesca a scriverla. Però i grandi hanno sempre qualcosa in più e ciò avviene in qualsiasi campo. Se devi scrivere una lettera per esempio, pensi prima e poi inizi a scrivere. Fai una composizione ed è un esercizio non diverso da quello che faceva Petrarca, con minore ricchezza di vocabolario e destrezza ma l’esercizio è lo stesso. Ciò che non hai mai fatto è metterti a disegnare un nudo come faceva Michelangelo a partire dai sei anni . Lo facevano tutti al tempo, come fece ad esempio Raffaello che a quasi vent’anni si firmò come maestro e veniva da un apprendistato di più di dieci anni.
La nostra scuola ha questa carenza cioè non si insegna a percorrere la strada che hanno percorso gli artisti. Questa mancanza è grave in un paese che possiede la maggior parte dell’arte del mondo ,pensi solo alle città, musei a cielo aperto, oltre ai numerosissimi musei.

Perché gli italiani, secondo Lei, non sono educati all’arte?
Perché l’educazione scolastica è sempre stata affidata ai letterati. Tu stai facendo un’università riformata ma hai seguito corsi che risalgono al tempo del ministro Bottai che ha fatto la legge di riforma della scuola sulla quale si sono modellate le riforme successive. Quando è stata fatta la riforma scolastica di Berlinguer (rettore dell’università) chiamò a sé cinquanta intellettuali italiani, i migliori, e ho notato che fra di loro non c’era un solo storico dell’arte e un pittore scultore . La disciplina storico artistica è diventata specialità di pochi. Sono pochi coloro che guardano l’opera sapendola leggere. I nomi delle mostre ti fanno capire subito che sono fatti per attirare il pubblico, guarda ad esempio la parola “impressionisti”, come attira code di persone alle mostre. Oggi si realizzano le mostra a seconda delle mode.
La cosa che a me dispiace molto è che mentre c’è la fila per entrare in una mostra, non ci sono file per musei permanenti.

Senta ma ogni volta che vado ai Musei civici medievali, noto che sono vuoti. Perché secondo lei?
Io ho diretto i Musei civici di Bologna. Una volta ebbi un’idea di successo. Mi accordavo coi direttori di piccoli musei lontani e italiani e chiedevo in prestito un’opera d’arte. Feci portare un’opera del Ceruti che non era mai stata staccata dal muro. L’ho fatta portare al museo ed è stata esposta per un paio di mesi a Bologna ed era pieno di gente. Era infatti d’abitudine far portare un’opera “ospite” per un periodo. Questo ha attirato molta gente anche perché spiegavo ai visitatori ciò che vedevano e ho ottenuto il risultato che volevo e che nei musei non si ottiene mai, cioè non guardare i quadri passando per dieci secondi. Raggiungevo quasi l’effetto che volevo cioè che per leggere bene un quadro bisogna metterci tanto tempo quanto ci ha messo il pittore a farlo. Mi chiedo come l’ha fatto, da dove è partito il pittore, perché io stesso ho fatto la stessa cosa imparando a disegnare.

C’è un luogo di Bologna che Lei considera il più bello della città e che solitamente le persone non notano?
Ce ne sono diversi di angoli di Bologna molto belli dove non va mai nessuno.
Per esempio la Corte Galluzzi è bellissima ed è il resto di una fortificazione medievale. C’è un oratorio nella corte, oggi di proprietà della banca, che era medievale e affrescato nel ‘600 da una confraternita. Al piano di sotto c’era un oratorio pubblico che oggi ospita un negozio di chiccherie.
Entri e ti accorgi che c’è un ambiente ovale che era la vecchia chiesa romana che andò distrutta in un crollo e rifatta nel ‘700. Al piano di sopra c’è l’oratorio della corte dei Galluzzi di proprietà della Banca di Bologna. Bene, lì non ci va mai nessuno. Luoghi come questi sono numerosissimi a Bologna.
Ci sono grandi palazzi quasi in sfacelo, per esempio in via san Felice c’è un palazzo bellissimo con uno scalone enorme che era il palazzo degli Alamandini con un salone grandissimo affrescato da Burrini. Tutta un’ala di questo palazzo è stata rifatta da un generale bolognese che lavorava per la corte di Vienna, chiamato generale Pallavicino. Se apri il portone vedi lo scalone che è uno degli scaloni più grandi di Bologna con statue alte sei metri.
Bisognerebbe che questi luoghi fossero comprati da qualche persona, ente o ditta che li tenesse bene, come è successo a palazzo Magnani la cui banca proprietaria tiene benissimo affreschi, cortile e palazzo.

Lucia Bonora

Lucia Bonora

Laurea in arti visive- Università di Bologna, Scuola di specializzazione in Beni storico - artistici.

Lucia Bonora ha scritto articoli per ArtShape.